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MENZOGNE, LACUNE, OPERE E OMISSIONI

Alfredo Facchini

Non sono un complottista. Un complottista crede a tutto o a niente: due facce della stessa medaglia. Non solleva dubbi, non pone domande. Ma i complotti esistono, eccome.

Per noi che viviamo in Italia, uno per tutti: la “strategia della tensione”. Destabilizzare per poi stabilizzare.Protagonisti: l’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, 007 infami, massoni, neofascisti… Tutto scritto in sentenze passate in giudicato. Che poi nessuno sia andato in galera è un’altra storia.

E allora, le teorie sull’11 settembre?È dal 2001 che mi chiedo che cosa avvenne veramente l’“Undici Settembre”. Negli anni ho imparato a osservare solo e soltanto i fatti. Nel 2007 ho scritto un libro-inchiesta, in cui mettevo in fila documenti e testimonianze che hanno portato alla luce lacune, omissioni e falsificazioni presenti nella versione ufficiale.Questo non significa che:a) gli americani si siano buttati giù da soli le Torri Gemelle per costruirsi la scusa per attaccare Afghanistan e Iraq e rubarne il petrolio…b) le Torri Gemelle siano state distrutte dagli uomini di Bin Laden, ma gli americani lo sapevano e li hanno lasciati fare;c) l’attacco all’America sia stato orchestrato dal complesso militare-industriale o dalla lobby ebraico-finanziaria.

Nessuno può dimostrare la fondatezza di queste tesi. Ma, altrettanto, nessuno può certificare l’attendibilità della versione ufficiale dei fatti. Come ha scritto qualcuno: «È difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità».

Per dire:All’indomani dell’11 settembre i nomi e i volti dei colpevoli vennero dati in pasto alla stampa e all’opinione pubblica in fretta. Troppo in fretta. Come prova furono sbandierati i documenti di identità – perfettamente integri – dei presunti dirottatori, dopo un disastro dal quale non si salvarono nemmeno le scatole nere degli aerei. Ancora oggi sono state identificate poco più di 1600 vittime su 2977.Un aereo si schiantò sul Pentagono. Eppure le autorità americane, che hanno voluto mostrare infinite volte l’impatto e il crollo delle Due Torri, non hanno mai presentato al pubblico una sola immagine dell’aereo che si avvicinava al quartier generale della Difesa americana. Il più sorvegliato al mondo.

Senza video, nell’era dei media, le discussioni continueranno inevitabilmente all’infinito.Che sia solo una sorprendente casualità il fatto che le Torri siano crollate verticalmente, come accade solo agli edifici demoliti in maniera controllata e con accurata pianificazione?Perché è crollata con la stessa dinamica anche la terza torre (World Trade Center 7), se nessun aereo l’ha colpita?E così via… decine e decine di incongruenze.

A distanza di 25 anni da quell’inferno è possibile affermare, senza tema di smentita, che almeno da un punto di vista giudiziario non un solo processo è stato portato a termine contro esecutori e mandanti.Fatta eccezione per Zacarias Moussaoui, figura di secondo piano, aspirante dirottatore arrestato pochi giorni prima degli attentati mentre si addestrava in una scuola di volo americana.Anzi: l’indiziato numero uno, Osama Bin Laden, che ha fatto la fine che conosciamo, in vita non era mai stato formalmente incriminato da un Gran Giurì per le stragi dell’11 settembre. Era invece ricercato per gli attentati contro le ambasciate degli Stati Uniti a Dar-es-Salam (Tanzania) e a Nairobi (Kenya), avvenuti il 7 agosto 1998.

I tre incriminati – Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente dietro gli attentati, Walid bin Attash e Mustafa al Hawsawi – tutti “ospitati” a Guantanamo, attendono ancora di conoscere la loro sorte (il New York Times nel 2024 ha riferito che Mohammed, Walid bin Attash e Mustafa al-Hawsawi avevano accettato di dichiararsi colpevoli in cambio di un ergastolo anziché della pena di morte. Non hanno mai subìto una condanna definitiva ndr)

Una postilla su Khalid Sheikh Mohammed. Fu catturato in Pakistan nel 2003. Tecnicamente reo confesso.Il guaio è che le sue confessioni sono avvenute – per stessa ammissione della CIA – sotto tortura. Mentre i suoi carcerieri lo sottoponevano alla procedura nota come “waterboarding”, nella quale il sospetto viene sdraiato con la testa più bassa dei piedi, bendato e legato, gli si mette in bocca un panno e gli si versano in faccia litri e litri d’acqua, dandogli la sensazione di annegare. Una tecnica praticata durante la “Grande Inquisizione”.

Secondo la documentazione resa pubblica da Barack Obama, Khalid Sheikh Mohammed, dopo la cattura, fu sottoposto per 183 volte in un mese al waterboarding: una media di sei torture al giorno.Il 24 agosto 2009 un rapporto dell’intelligence ha gettato una luce ancora più sinistra sulla vicenda: nelle 159 pagine si legge che gli 007 che interrogarono Mohammed lo minacciarono di uccidergli i figli di 7 e 9 anni se non avesse confessato.

Nessun tribunale americano, neppure negli anni della Seconda guerra mondiale – quando l’FBI arrestava gli agenti hitleriani negli USA – ha mai accettato confessioni estorte con la tortura. Insomma: nella culla del “Giusto Processo”, come si possono ritenere attendibili le 26 pagine di confessioni rese da Mohammed, detenuto da anni in condizioni bestiali, sottoposto a torture fisiche e mentali tali da cancellarne la personalità?

Ed eccoci al nodo. 25 anni dopo l’11 settembre non si è mai celebrato un processo. Non uno. È un’anomalia giudiziaria colossale: un crimine epocale, quasi tremila morti, e nessun tribunale che abbia potuto ricostruirlo con prove, testimoni, imputati. La giustizia americana ha preferito le prigioni segrete, le torture, i procedimenti speciali. Ha scelto l’eccezione permanente al posto della regola. Il risultato? Una verità sospesa, intoccabile, che non passa mai dal vaglio di un’aula di tribunale.Ma non è solo un fallimento giudiziario. È soprattutto una scelta politica. Rinunciare a un processo pubblico ha significato blindare la narrazione, impedire che prove e testimonianze incrinassero l’architettura ufficiale. La verità è rimasta proprietà esclusiva della politica e dei servizi, non dei giudici e dei cittadini.Per questo, dopo ventiquattro anni, il giudizio è netto: l’America che si proclama culla del “giusto processo” ha tradito se stessa proprio nel momento in cui avrebbe dovuto dimostrare al mondo la sua forza di diritto. Ha preferito lasciare tutto sospeso, nel limbo, e così facendo ha alimentato l’abisso dei dubbi, delle diffidenze, delle falsità.

Non sono un complottista. Ma sono nato e cresciuto nel Paese delle stragi di Stato. Ho imparato a dubitare. Mi viene facile.

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