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Schopenhauer, il filosofo che ascoltava il mondo

«La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra dolore e noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia». «È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere che ciò che vuole».«Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale»

Arthur Schopenhauer (Danzica 1788 – Francoforte, 21 settembre 1860) è il filosofo che ha contraddetto l’ottimismo idealista dell’Ottocento. Dove Hegel vedeva nella storia il dispiegarsi razionale dello Spirito, lui vedeva l’agitarsi cieco della Volontà.Volontà e rappresentazione

Nel Mondo come volontà e rappresentazione (1818-19) sostiene che il mondo che conosciamo è solo rappresentazione, un fenomeno filtrato dalle nostre forme di conoscenza. Ma la cosa in sé, che per Kant restava inaccessibile, la conosciamo dall’interno attraverso il corpo: è desiderio, impulso, bisogno. Vivere è dunque desiderare, e desiderare è mancare di qualcosa: l’esistenza oscilla tra dolore e noia. Il suo pessimismo, però, non è un umore: è una tesi metafisica argomentata.

Le tregue

Schopenhauer indica tre vie d’uscita: l’arte, la compassione e l’ascesi, la negazione della volontà di vivere, in cui riconosceva un’affinità con il pensiero indiano.

Tra le arti la musica ha un posto unico: non rappresenta la Volontà, ne è espressione immediata. Un’idea che ha segnato Wagner e, poi, Nietzsche.

Ignorato per decenni, trovò il successo solo con i Parerga e Paralipomena (1851). Da allora la sua ombra si allunga su Tolstoj, Mann, Freud, Beckett e Borges.

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