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SETTANTAQUATTRO FRUSTATE PER UNA CANZONE. CHE FINE HANNO FATTO LE DONNE IRANIANE?

Lavinia Marchetti

Parastoo Ahmadi, 29 anni, cantante e artista iraniana, secondo documenti giudiziari citati da legali e organizzazioni per i diritti umani, è stata condannata a settantaquattro frustate per aver cantato senza hijab. Due mesi fa la sua schiena avrebbe aperto i telegiornali. Ora che l’Iran è rientrato nella trattativa con Washington e lo Stretto di Hormuz è tornato a pesare sui mercati, la notizia circola tra alcune testate e agenzie internazionali senza diventare un caso mediatico occidentale. Resta da capire perché.

Settantaquattro colpi di frusta sul dorso di una donna di ventinove anni. Secondo i resoconti disponibili, la sentenza li avvolge nella famosissima formula dell’offesa alla pubblica decenza, e la formula serve appunto a coprire lo schiocco della corda sulla pelle. La colpa di Parastoo Ahmadi ha un nome unheimlich, Aveva cantato in streaming, in abito lungo e a testa scoperta, un brano patriottico intitolato «Dal sangue dei giovani della patria», con quattro musicisti presenti nella registrazione; nel procedimento sono poi entrati anche altri membri del team musicale e produttivo. Il verdetto aggiunge due anni senza palcoscenico e due anni senza passaporto. Pagherà con “la pelle” l’aver intonato, senza un velo, i versi che il suo popolo canta da generazioni.

Proviamo ad immaginare la stessa notizia due mesi fa, nel pieno della guerra contro Teheran. La schiena di Parastoo avrebbe aperto i telegiornali della sera, sarebbe diventata copertina e appello di intellettuali. Le sue settantaquattro frustate avrebbero ingrossato il dossier che giustificava le bombe, accanto al volto di Mahsa Amini e allo slogan «Donna, vita, libertà». La sofferenza della donna iraniana, in quei giorni, valeva oro, perché serviva a dare un’anima umanitaria a una campagna militare. Questa notizia, oltre a farci rabbrividire ci svela anche come funziona la manipolazione dei media.

Poi è cambiato il vento. L’Iran ha retto l’urto di Washington e di Tel Aviv, e l’intesa preliminare con gli Stati Uniti lo ha riportato al centro dei calcoli economici dopo la riapertura controllata dello Stretto. Nel giro di poche settimane il nemico assoluto è stato riammesso nella lingua degli accordi e dei mercati, e la stessa schiena che avrebbe riempito le prime pagine merita adesso pochi titoli internazionali, un articolo del «Guardian», qualche lancio d’agenzia e pagine estere senza isteria “umanitaria”.

La frusta è identica a prima. È cambiato soltanto il valore strategico di chi la subisce. I pochi giornali italiani che ne parlano lo fanno in chiave islamofobica (Libero, Sic!).La stessa coscienza che brandiva la donna iraniana ha dedicato assai meno copertine alle donne dell’Arabia Saudita, dove la tutela maschile ha governato per decenni la loro vita e il patibolo resta tra i più attivi del pianeta, ne sentite mai parlare? Diverse monarchie del Golfo comprano caccia e ospitano basi, e per questo le loro prigioni, le loro fruste, gli stupri, le donne sottomesse, fanno meno testo. A decidere è sempre stato l’indirizzo politico del dolore, la sua utilità per chi lo racconta. La sofferenza di una donna diventa “notizia bile” solo se è spendibile, ma se la pace rende più dell’indignazione si preferisce o il silenzio o il trafiletto. Non è che Trump lo ordina alla stampa, non ne ha bisogno, i media fanno tutto da soli, lavorano in concerto.Sia chiaro, le settantaquattro frustate restano un’infamia e un orrore assoluto a prescindere da chi governa a Teheran e da chi traffica a Washington. La Repubblica islamica punisce una canzone con la tortura, e nessun calcolo geopolitico cancella quel supplizio. Il punto è un altro. La donna che oggi viene dimenticata è la stessa che ieri veniva esibita, e in entrambi i gesti la si tratta come “un mezzo”, un oggetto, come gli USA fanno da decenni per giustificare le bombe e milioni di morti. Il falco che la issava a vessillo di guerra e il realista che adesso la ripone in archivio compiono lo stesso atto, la riduzione di una persona a strumento di un fine che non è il suo.Resta Parastoo, e la sua schiena nuda davanti alla corda. La canzone che le costa la pelle parla del sangue dei giovani della patria, e suona come una beffa, perché di quel sangue nessuno, a Teheran o a Washington, ha mai avuto davvero cura.

Lo Stretto è di nuovo aperto e il prezzo del petrolio ha ripiegato, va tutto benissimo. La frusta, intanto, resta alzata, sospesa sopra una condanna preliminare e appellabile, in un blando interesse che il mondo ha scelto.[Il caso di Parastoo Ahmadi è ricostruito da «The Guardian», RFE/RL, Euronews, Ynetnews, IranWire, Jerusalem Post, Hengaw e HRANA: queste fonti riferiscono la condanna a settantaquattro frustate, il divieto biennale di espatrio e di attività artistica, il coinvolgimento di otto membri del team musicale e produttivo, e le accuse ai sensi dell’articolo 638 del codice penale islamico e dell’articolo 743 della legge sui reati informatici. La decisione risulta indicata come preliminare e soggetta ad appello. Il precedente politico e simbolico resta il movimento «Donna, vita, libertà», seguito nel 2022 alla morte di Mahsa Amini. Il quadro dell’intesa preliminare USA-Iran e della riapertura controllata dello Stretto di Hormuz è quello riferito da Reuters nei giorni scorsi]

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