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Taranto, il povero Bakary Sako ucciso da una banda di razzisti

Lorenzo Tosa

Anche il sesto e ultimo componente del branco che sabato a Taranto ha ammazzato a sangue freddo Bakary Sako è stato arrestato.Ha 22 anni, è uno degli unici due maggiorenni della gang e quello che gli inquirenti indicano come il “capo”, il leader, quello con maggiore influenza sugli altri.

Non solo.È venuto anche fuori che, prima di uccidere con una brutalità disumana Bakary, l’uomo e gli altri cinque avevano preso di mira un altro migrante, di origine subsahariana.La conferma definitiva che dietro questo crimine orrendo c’è una e una sola matrice: quella razzista.E non ce la caveremo con condanne e pene esemplari se non indagheremo le radici dell’odio razziale che hanno scatenato una tale violenza.Che non riguarda solo Taranto e neppure solo la baby gang o i sei ragazzi, ma un intero Paese che si abbevera da anni alla propaganda xenofoba e deumanizzante nei confronti dei migranti che una certa politica ha sdoganato e normalizzato.

Verità e giustizia per Bakary Sako significa soprattutto lavorare sulla “cultura” razzista di cui è vittima, indagarne le radici, affrontarne le cause. Altrimenti questo nome sarà solo tre righe di cronaca su un quotidiano. E poi nemmeno più quello.

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