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TIRO. UNA CITTÀ DI TREMILA ANNI, BOMBARDATA ED EVACUATA DAI TERRORISTI ISRAELIANI.

Lavinia Marchetti

Stamani l’esercito israeliano ha intimato alla popolazione di Tiro di andarsene, per la prima volta compreso il quartiere cristiano a nord-ovest, (a proposito di persecuzione dei cristiani che tanti invocano, quando scendete in piazza?) dove avevano trovato riparo gli sfollati arrivati dagli altri rioni. Poche ore dopo è arrivato il bombardamento, sul margine orientale della città, almeno otto morti e 30 feriti secondo il ministero della sanità libanese, i soccorritori ancora dentro le rovine a cercare i vivi, ma sono cifre destinate ad aumentare drasticamente. Medici Senza Frontiere ha sospeso il lavoro negli ospedali vicini e ha parlato di sfollamento forzato, di gente spinta a muoversi in condizioni di pericolo. Il pretesto, come la settimana prima, sarebbero i combattenti di Hezbollah nascosti tra i cristiani, nascosti un po’ ovunque, a caso, annunciati senza una prova e usati per ordinare lo sfollamento di una città.

L’IMPORTANZA DI TIRO

Vorrei che chi legge sapesse cos’è Tiro, prima di vederla nelle fotografie avvolta da fuoco e fumo. Da Tiro viene la porpora, il colore che i Greci usarono per dare il nome al popolo intero, Phoinikes, gli uomini della porpora, estratta a milioni dal murice per tingere il manto dei re. Le sue navi fondarono Cadice e Cartagine, la città che mise in ginocchio Roma. La penisola su cui oggi cadono le bombe era un’isola, finché nel 332 avanti Cristo Alessandro non costruì un terrapieno per raggiungerla, e dopo sette mesi d’assedio fece crocifiggere duemila uomini e vendette come schiavi donne e bambini. Da allora la sabbia ha saldato quel passaggio, e l’isola è diventata terraferma.

Il profeta Ezechiele aveva maledetto la superbia di Tiro con parole che suonano oggi profetiche, ti ridurrò a nuda roccia, stenditoio per le reti dei pescatori. Tremila anni di storia, patrimonio dell’umanità, sotto una patente di sfratto firmata da un portavoce militare su internet.

A COSA SERVE SVUOTARE UNA CITTÀ INTERA?

Israele ha emesso ordini di evacuazione che hanno cancellato la presenza umana da un quinto del Libano, ben oltre la linea del fronte, e dal due marzo i raid hanno passato i tremilacinquecento morti e cacciato di casa più di un milione di persone. Lo scopo è ormai dichiarato. Si tratta di rendere inabitabile il sud, di trasformare lo sgombero temporaneo in esodo definitivo, lo stesso metodo collaudato su Gaza e riportato adesso sul Libano con gli interessi. Il quartiere cristiano restava l’ultima eccezione, e l’eccezione è caduta.

E L’IRAN?

Ciò che tiene in sospeso l’intera regione è la reazione iraniana. Domenica Teheran aveva già risposto ai raid su Beirut con i missili, dichiarando di aver mantenuto una promessa, e aveva tracciato quella che gli analisti chiamano una nuova equazione, per cui un colpo grave sul Libano si paga con una rappresaglia sopra Israele. Dopo lo scambio di missili di domenica le due parti si sono ritirate dalla guerra totale, perché Teheran tiene all’intesa con Washington più che a una nuova escalation, e lo sblocco dei fondi insieme alla fine delle sanzioni valgono moltissimo per l’Iran, oserei dire che sono esistenziali. La risposta più probabile a Tiro tiene perciò lontano il nuovo sbarramento immediato. Teheran alza la voce e minaccia di riprendere le operazioni. Fa arrivare a Trump il messaggio di fermare Israele, e intanto adopera il sangue libanese come leva al tavolo del negoziato. Il presidente Pezeshkian lo ripete, l’Iran agirà con autorità e non arretrerà davanti alle minacce, parole che servono in patria e lasciano aperta la porta della trattativa.

In ogni caso, averlo dichiarata significa esservi legati, e una città come Tiro, con i suoi morti e i suoi sfollati cristiani, può bastare a farla scattare. Se i massacri si accumulano, la pressione interna su Teheran crescerà fino a rompere l’intesa, e la guerra riprende dal punto in cui era stata sospesa. Israele lo sa, e lo cerca.

E GLI USA?

Veniamo al punto che riguarda anche gli americani. Il bombardamento di Tiro arriva mentre Trump giura che l’accordo con l’Iran è a portata di mano, e lo contraddice nell’istante stesso in cui parla. Alzare la tensione con Teheran per Israele è sia una mossa militare che politica, perché un Iran stabilizzato dall’accordo toglie alla coalizione di Netanyahu la ragione stessa di esistere, la guerra senza fine che rinvia la sua resa dei conti. Così il vassallo umilia il padrone una seconda volta e trascina Washington verso il conflitto che dice di voler chiudere. Espone le sue basi e i suoi soldati nel Golfo, e scommette che nessun presidente americano avrà il coraggio di staccare la spina. Il sadismo è la parola esatta. Pensate a cosa significhi ordinare a una città di tremila anni di sparire in poche ore, sapendo che metà degli abitanti resta, perché non ha un posto dove andare. Come a Gaza.Per millenni Tiro ha dato al mondo il colore del potere, e oggi il potere le rovescia addosso bombe e gli ordini di esodo. Ezechiele si sbagliava su una cosa, la città non è rimasta nuda roccia, è tornata a vivere venti secoli dopo la sua condanna. Spetta a noi che guardiamo da lontano impedire che la profezia, stavolta, la scrivano gli aerei con la stella di David.

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