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Un gravissimo caso di omofobia consumato in famiglia: Mirko e la mamma Kety uccisi dal padre e marito orco.

Lorenzo Tosa

Questo ragazzo si chiamava Mirko Moriconi, aveva 24 anni, qui assieme a sua mamma, Kety Andreoni, di anni 52, in un momento di tenerezza.È morto ammazzato a fucilate per mano di suo padre perché era omosessuale. Perché, nel delirio omofobo e omicida dell’uomo, non sopportava l’orientamento sessuale del figlio. Non tollerava che si truccasse e portasse i capelli lunghi, che fosse diverso da quello che lui pretendeva, diverso da un folle canone di “NORMALITÀ” con cui pensava di “raddrizzarlo”, di aggiustarlo. E, insieme al figlio, ha ammazzato anche la moglie Kety, che aveva provato a difendere fino all’ultimo il figlio che amava. Poi l’uomo ha rimesso a posto il fucile nella sua casa di Camaiore, è rimasto lì ad attendere l’arrivo dei carabinieri. A cui con una freddezza glaciale e agghiacciante ha detto: “Mi sono liberato di loro”.

Mirko un giorno, non molto tempo fa, aveva previsto tutto: “Per mio padre sono meglio morto che gay”.Oggi è accaduto davvero.Ma tranquilli, “l’omofobia non esiste”, è solo una nostra invenzione, non esiste nessuna emergenza, nessun bisogno di educazione sessuo-affettiva.Questa è una delle tragedie più sconvolgenti di cui mi sia mai capitato di scrivere.Ma anche la più spaventosamente prevedibile. Era già tutto lì, nelle parole di Mirko e nella narrazione di certi cattivi maestri che stanno avvelenando i pozzi di questo Paese. Che negano omofobia, sessismo, che normalizzano il razzismo, che marginalizzano ogni forma di diversità e minoranza.

Dobbiamo cambiare tutto, ripartire da zero, ma per Mirko e Kety è troppo tardi.Troppo tardi per vivere la vita che Mirko avrebbe voluto. Troppo tardi per tante cose. Che strazio. E che dolore immane, per chi è ancora umano. Tutti gli altri: SILENZIO. Fate silenzio, almeno questo. Tacete, tacete, tacete, e vergognatevi

Se volete capire cos’è Telemeloni, non serve la sfilza di epurazioni, scalpi e cacciate dei non allineati.Bastava aprire ieri sera il Tg1 e il Tg2 e guardare i due servizi – identici – con cui è stato raccontato l’agghiacciante (duplice) omicidio a sfondo omofobo di Camaiore. E l’unica cosa che è stata raccontata come movente è – testuale – “una presunta dipendenza del figlio dall’alcool e dalle droghe”.Tutto qui. Nient’altro.Nessun riferimento all’orientamento sessuale.Nessuna citazione della lettera del 2022 del figlio (“Mio padre mi preferisce morto che gay”), che pure era già uscita e nota.Nessun riferimento all’omofobia, come se non potesse essere pronunciata quella parola.Di più e peggio: la vittima che viene sporcata, diventa colpevole, responsabile, e in qualche modo tutto ciò contestualizza, spiega, “giustifica” le azioni del suo assassino. Le normalizza.E non so voi, ma io lo trovo uno sfregio ulteriore postumo nei confronti della verità, di Mirko, del suo diritto a essere chi voleva e sentiva di essere, a essere riconosciuto, almeno ora, per quello che suo padre non gli ha permesso in questa vita.Questa è una tragedia dell’omofobia, chiamiamola col suo nome, e ha precise responsabilità e pure radici, mandanti morali, cattivi maestri. Anche le parole uccidono.E non basterà fingere che tutto ciò non esista per cancellarlo.Un pensiero a Mirko, così come alla mamma Kety, che lui così disperatamente amava e che lo ha difeso fino alla fine, pagando con la vita.

Urleremo il suo nome e la sua storia, faremo ancora più rumore. Anche per chi tace.

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