Alfredo Facchini
L’ho scritto esattamente un anno fa e non è cambiato niente. Anzi.
Non è carestia. Non è emergenza umanitaria. È un progetto. È un’arma. È genocidio. Smettiamola di chiamarla crisi. La fame a Gaza non è un effetto collaterale: oggi è il cuore della strategia. I corpi emaciati dei bambini palestinesi, gli occhi spenti delle madri, non sono effetti collaterali. Sono obiettivi. Chi controlla il cibo, controlla la vita. Chi nega il cibo, decide chi muore. Israele lo ha detto a chiare lettere: “Nessuna elettricità, nessuna acqua, nessun carburante.” Poi: nessuna farina. Nessun riso. Nessun futuro.
Nel 2025 si è deciso che i palestinesi possono sparire del tutto. Unica via d’uscita: scappare dalla loro terra ridotta a un girone infernale. E il mondo? Il mondo guarda. Al massimo s’indigna per trentadue secondi. L’ONU balbetta. L’Europa firma nuovi accordi commerciali. Sanzioni? Neanche a parlarne. Gli Stati Uniti, imperterriti, forniscono bombe e diplomazia tossica. L’Italia – il governo – continua a mercanteggiare sottobanco con Tel Aviv. E nel frattempo si addestra l’opinione pubblica a temere l’antisemitismo. Kippà sulla testa.
Serve una rottura. Boicottaggio. Disobbedienza civile. Presidi permanenti. Interruzione delle rotte del business genocidario. Ogni merce Made in Israel – avocado, datteri Medjool, melagrane, limoni, arance, arachidi, vini Shvo-Binyamin, salsa tahina, prodotti SodaStream, ptitim (cuscus israeliano), dolcetti Krembo – lasciata sugli scaffali, forse è una pallottola in meno nel ventre di un bambino palestinese. Il prefisso barcode 729 è associato a Israele. Chi ha ancora coscienza, parli. Chi ha ancora coraggio, agisca. Il popolo palestinese non ha bisogno di compassione. Ha bisogno di compagni. Di rabbia. Di lotta.
La fame non è una carestia. È un crimine. E il nostro silenzio lo firma.
