La strategia bellica di Trump ed il dollaro. Come rendere l’America nuovamente grande (MAGA)

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La strategia bellica di Trump ed il dollaro. Come rendere l’America nuovamente grande (MAGA)

Manuel M Buccarella

La politica aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran nasce dall’intreccio di fattori geopolitici, strategici ed economici. Lo ha affermato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in un’intervista dedicata alle tensioni crescenti in Medio Oriente.

Secondo Lavrov, Washington considera Teheran parte di un più ampio “asse” di Paesi ritenuti una minaccia al dominio occidentale.Un asse che includerebbe anche Russia, Cina, Corea del Nord e, in alcune fasi, la Bielorussia. Una visione che, a suo dire, gli Stati Uniti non hanno mai realmente nascosto.

In tutto questo prevalgono tuttavia gli interessi energetici. Lavrov ha ricordato come gli USA abbiano già dichiarato apertamente di voler controllare flussi petroliferi strategici (a partire dal Venezuela primo produttore al mondo di petrolio ndr), sottolineando che l’Iran è tra i maggiori produttori mondiali di greggio.Un ruolo reso ancora più delicato dalla posizione geografica del Paese, che controlla lo stretto di Hormuz, passaggio chiave per la sicurezza delle rotte petrolifere globali.

L’analisi di Alessandro Volpi

“Una massiccia Armata sta dirigendosi verso l’Iran”, ha dichiarato il presidente americano Trump con l’obiettivo di ottenere dal governo iraniano tre condizioni costituite dall’abbandono di ogni progetto di arricchimento dell’uranio, la drastica riduzione del numero e della gittata dei missili balistici e la fine di ogni appoggio a Hamas, Hezbollah e Houthi.

Si tratta, osserva Alessandro Volpi, storico dell’economia, delle richieste da sempre avanzate da Israele, senza alcun riferimento a cambi di regime in senso democratico: pura potenza.

Ma perché Trump si muove in tal modo? La motivazione principale è di natura strutturale. “Le attività liquide in dollari sono, attualmente, pari a 130 mila miliardi di dollari, un’enormità composta da azioni, obbligazioni e titoli del debito pubblico americani. Sono detenute per circa il 55% da ricchi americani e società Usa, per il resto da fondi di gestione del risparmio, investitori istituzionali esteri e banche centrali straniere (in primis Giappone e Cina ndr). Negli ultimi mesi è iniziata una fuga da queste attività che sembra si stiano riducendo a 100 mila miliardi e forse assai meno in poco tempo perché gran parte dei possessori di risparmi si stanno spostando verso l’oro, verso l’argento e soprattutto verso attività non più denominate in dollari con l’emergere dello Yuan. Sempre in questo contesto, il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha ribadito ieri che i tassi resteranno al 3,75-4% perché c’è il rischio di ripresa dell’inflazione a causa dei dazi di Trump”, scrive Volpi.

La strategia di Trump è dunque chiara. Da un lato deve ricorrere alla minaccia e alla forza militare per difendere il dollaro e, al contempo, per poter convincere la Fed ad un ribasso dei tassi senza polverizzare il biglietto verde e senza far scoppiare ancora di più la mole di interessi sul debito Usa. “L’aggressione all’Iran in una simile ottica – continua l’accademico – è una spinta forte alla creazione del Grande Israele, alleato fedelissimo, in grado di determinare la dollarizzazione delle petromonarchie e di evitare la fuga dalle attività liquide in dollari di una delle zone del pianeta dove la ricchezza e i risparmi sono maggiormente concentrati. Si tratta della stessa logica usata in Venezuela per garantire una tenuta della dollarizzazione e delle attività liquide in dollari rispetto alle aspirazioni di indipendenza monetaria e finanziaria di molti paesi latino americani: l’asse Venezuela-Argentina diventa, come nel caso di Israele, un presidio forte per la tutela delle liquidità in dollari”.

Secondo Volpi, inoltre, per tutelare le liquidità in dollari, Trump vorrebbe convincere i grandi fondi speculativi della bontà delle proprie politiche e della “resurrezione” globale del dollaro. “La tensione dal piano interno deve essere spostata sul piano internazionale in modo da offrire ai “padroni del mondo”, grandi azionisti di tutto, laute concessioni in tema di materie prime, energia e, naturalmente, delle indispensabili armi”.

Dall’altro lato, Trump vuole sorreggere il dollaro e il debito Usa con la diffusione delle stable coin americane, rendendole la moneta di uso in tutte le aree del mondo non ancora bancate, dall’Africa al Sud est asiatico. Anche in questo caso la pressione militare è destinata a sostituirsi ai poco efficaci dazi, pericolosi anche per il consumatore a stelle e strisce. Trump non avrebbe infine da preoccuparsi dell’Unione europea, in quanto ancora fortemente dipendente nelle transazioni e negli scambi dal dollaro, nonostante l’esistenza di una moneta unica come l’euro, e lacché degli States e del suo capo, come si è più volte visto anche di recente.

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