Lavinia Marchetti
Le parole arrivano in diretta dalla radio dei reparti operativi, ascoltate al quartier generale della Marina nel Kirya di Tel Aviv, la mattina del 18 maggio 2026. Benjamin Netanyahu si rivolge ai comandanti che hanno appena abbordato la Global Sumud Flotilla in acque internazionali al largo di Cipro: «State facendo un lavoro eccezionale, sia con la prima flottiglia sia con questa, e di fatto state vanificando un PIANO MALIZIOSO pensato per rompere l’isolamento che imponiamo ai terroristi di Hamas a Gaza. Lo state facendo con grande successo, e devo dire anche in modo discreto, certamente con meno clamore di quanto i nostri nemici si aspettassero. Quindi congratulazioni di cuore. Andate avanti fino alla fine». Eh già, dal “mai più” al “fino alla fine”.A quella frase corrisponde, allo stesso minuto, l’immagine dei commando della Shayetet 13 che salgono a bordo di scafi civili a duecentocinquanta miglia nautiche dalla costa di Gaza, in piena luce del giorno (Cfr. Ynetnews, «Change your course»: IDF intercepts Gaza flotilla far from Israel, 18 maggio 2026). Il governo israeliano rivendica pubblicamente l’azione e incassa la gloria politica con visibile soddisfazione. La traiettoria viene ribadita senza dissimulazione. Gaza deve restare chiusa, e chi prova a forzare il blocco va catturato anche in alto mare, anche quando gli scafi battono bandiere europee e portano in coperta cittadini di mezzo Mediterraneo.Il vocabolario per descrivere l’operazione esiste già, e include i termini di arrembaggio e di pirateria, nonché rapimento. Qualifiche usate nelle stesse ore da plurime fonti diplomatiche e da osservatori indipendenti. Francesca Albanese parla di «un altro atto di pirateria da parte dell’esercito israeliano in acque internazionali» e domanda «come è possibile che a Israele sia permesso di assalire e sequestrare imbarcazioni in acque internazionali proprio al largo della Grecia, dell’Europa?» (Cfr. Common Dreams, «Yet Another Act of Piracy»: Israel Raids Humanitarian Flotilla Bound for Gaza, 18 maggio 2026). Sulla stessa linea Ankara, che condanna «un atto di pirateria» e annuncia passi diplomatici per il rientro dei cittadini turchi (Cfr. Daily Sabah, Türkiye slams Gaza Flotilla interception as «piracy», 18 maggio 2026). La Freedom Flotilla Coalition, nel comunicato del 18 maggio, ricorda l’assalto del 30 aprile precedente al largo di Creta, durante il quale «centottantuno difensori pacifici dei diritti umani su ventuno imbarcazioni civili sono stati sottoposti a detenzioni documentate e a violenze fisiche e sessuali».LE CIFRE DELL’ASSEDIO GENOCIDARIOLe cifre dell’assedio sono note e si possono leggere nei rapporti dell’IPC e dell’OCHA. Nel ciclo dicembre 2025–aprile 2026, l’intera Striscia di Gaza resta in stato di emergenza alimentare (IPC fase 4) malgrado la falsa “tregua” di ottobre. Sono circa un milione e seicentomila le persone in condizione di crisi o peggio, di cui cinquecentosettantunomila in emergenza acuta. Circa milleottocento entrano nella categoria della catastrofe alimentare conclamata (Cfr. IPC Global Initiative, Gaza Strip: Acute Food Insecurity Situation for 16 October–30 November 2025 and Projection for 1 December 2025–15 April 2026, ipcinfo.org, 2025). Centunomila bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta, di cui più di trentunomila in forma grave (Ivi). Il famigerato protocollo dei minimi calorici, applicato da Israele già dal 2008 sotto la dicitura «red lines», aveva calcolato il livello inferiore della sopravvivenza palestinese a duemiladuecentosettantanove calorie giornaliere, con la precisione di un missile “umanitario” (Cfr. Gisha, Legal Center for Freedom of Movement, Reader: «Red Lines» Presentation, Tel Aviv, ottobre 2012, pp. 4–7). Sara Roy, della Harvard Kennedy School, ha analizzato per decenni il meccanismo e ha trovato l’espressione adatta: «de-sviluppo», ovvero un processo politico–economico inteso a smontare le precondizioni stesse di una vita produttiva (e riproduttiva) palestinese (Cfr. Sara Roy, The Gaza Strip: The Political Economy of De-development, Institute for Palestine Studies, Washington D.C., 1995; terza edizione 2016, pp. 117–122).Su questa precondizione metodica si innesta l’arrembaggio del 18 maggio. La flottiglia trasporta aiuti umanitari elementari. A bordo si trovano farmaci di base e materiale ostetrico destinati a ospedali in collasso. Senza pretese militari e senza minacce armate, la spedizione avanza con la bandiera della Mezzaluna Rossa palestinese. L’ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani lo dice in una formula che dovrebbe bastare: «Portare aiuti non è un crimine» (Cfr. UN News, Gaza flotilla: Aid delivery «not a crime», UN rights office tells Israel, 18 maggio 2026). Eppure il piano israeliano prevede l’interdizione a centinaia di miglia dalla costa di Gaza, in zone marittime cipriote o cretesi, là dove la nozione tecnica di blocco navale legittimo perde qualsiasi appoggio giuridico. Il Manuale di San Remo subordina la liceità del blocco a requisiti cumulativi che vanno dalla dichiarazione formale alla proporzionalità materiale, fino alla salvaguardia delle popolazioni civili dal rischio di sussistenza compromessa. La pratica israeliana viola contemporaneamente l’intero insieme di tali requisiti.Le parole di Netanyahu: «isolamento imposto ai terroristi di Hamas a Gaza». Con la formula viene assorbita un’intera popolazione di oltre due milioni di persone nella categoria penale di Hamas, e dunque sussunta nella figura del nemico–criminale che giustifica la sospensione del diritto. Carl Schmitt, nel Nomos della terra del 1950, descrive con precisione questo passaggio. La trasformazione del nemico in pirata e in fuori–legge, dunque in soggetto estraneo allo jus gentium, autorizza la guerra di annientamento (Cfr. Carl Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano, 1991) La beffa contemporanea è che l’inversione si compie sotto gli occhi del mondo. Le imbarcazioni civili cariche di farina e antibiotici vengono catalogate come piratesche, mentre i commando della Shayetet 13 che le abbordano in alto mare ricevono il titolo onorifico di forza di polizia internazionale. Lo stesso paradigma che si applica alle manifestazioni di protesta. Sono colpevoli coloro che si oppongono ad un genocidio, non quelli che lo commettono. Il mondo orwelliano si è concretizzato e ci siamo dentro. I pochi che provano a resistere sono spesso derisi. Da manuale.LA LEZIONE DELLA MAVI MARMARA (2010).Niente cadaveri stavolta! Si capisce perché il premier israeliano insista sulla discrezione operativa e sulla bassa visibilità mediatica, sull’andamento «più silenzioso di quanto i nostri nemici si aspettassero». La macchina politica israeliana ha appreso la lezione della Mavi Marmara, dove i 10 cadaveri, assassinati da Israele, esibiti produssero uno scandalo che durò mesi. Una sparizione amministrativa, invece, si dissolve nei dispacci di una giornata. Un arrembaggio all’alba seguito dalla nave–prigione galleggiante diretta ad Ashdod, accompagnato da espulsioni rapide, rientra nei minimi sismografici dell’opinione globale. Eyal Weizman lo ha scritto nel suo lavoro sull’«economia del minimo male», un’arte di governo che riduce la visibilità del danno e ottiene il massimo effetto coercitivo con il costo politico più basso possibile (Cfr. Eyal Weizman, The Least of All Possible Evils. A Short History of Humanitarian Violence, Verso, Londra, 2017, pp. 99–105). L’arrembaggio del 18 maggio è la traduzione marittima esatta di quel principio.E L’ITALIA?L’Italia partecipa alla scena con un imbarazzo che corre lungo il filo di un cinismo ben rodato. Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, dichiara di avere chiesto «rassicurazioni al governo israeliano» sulle condizioni di trattamento degli italiani fermati, e ricorda formalmente che il diritto internazionale va rispettato (chissà fino a “quale punto”, forse fino a un “certo”). Lo stesso governo Meloni, che protesta a parole verso Tel Aviv, ha continuato per mesi a fornire al Ministero della Difesa israeliano materiale militare destinato a uso operativo, e a votare contro misure significative al Consiglio dell’Unione Europea, secondo la documentazione dell’Osservatorio Mil€x (Cfr. Osservatorio Mil€x, Rapporto sulle esportazioni militari italiane 2024–2025, milex.org, 2025). La condanna verbale conviene allo stesso esecutivo che alimenta la macchina bellica. La protesta diplomatica serve a contenere il consenso interno; la complicità materiale, intanto, conserva una posizione strategica gradita a Washington.Il diritto del mare, costruito dopo la battaglia di Lepanto e dopo l’opera di Ugo Grozio, si fonda sulla finzione condivisa che l’alto mare sia spazio comune dell’umanità. Grozio, nel Mare Liberum del 1609, aveva fondato giuridicamente quella finzione, opponendosi al monopolio portoghese sulle rotte oceaniche (Cfr. Hugo Grotius, Mare Liberum, sive de iure quod Batavis competit ad Indicana commercia dissertatio, Lugduni Batavorum, ex officina Ludovici Elzevirij, 1609, capp. V–VII). Quattro secoli più tardi, lo Stato di Israele assume nei fatti la posizione del monopolista portoghese del Seicento. La violenza è cresciuta. L’opposizione internazionale si è ridotta a comunicati di rito.Si prevedono tempi durissimi, e non solo per Gaza. Ma la Flotilla va avanti. Nonostante tutto.

![“GAZA DEVE RESTARE CHIUSA” [B.Netanyahu/Mileikowsky]Sull’abbordaggio e il rapimento della coscienza.](https://www.nonsolomusicamagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/1000129881.jpg)