Lavinia Marchetti
Sei ore. Tanto è bastato perché l’annuncio di un’intesa quasi raggiunta con Teheran si trasformasse in una sparatoria davanti alla Casa Bianca. Coincidenza? Probabilmente sì. Ma il fatto stesso che il mondo si sia chiesto in tempo reale “è stata Israele?” è già una risposta politica.
Sabato 23 maggio 2026. Dallo Studio Ovale, Donald Trump annuncia su Truth Social che “un accordo è stato ampiamente negoziato” con la Repubblica Islamica dell’Iran, “soggetto a finalizzazione” insieme a un cartello di Stati arabi e musulmani, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan, Giordania, Egitto, Emirati Arabi Uniti. L’intesa, frutto di settimane di trattative dopo la fragile tregua di aprile che aveva interrotto l’operazione “Epic Fury”, prevede la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine del blocco statunitense sui porti iraniani, deroghe sulle sanzioni per l’export petrolifero, lo sblocco dei fondi congelati e, non da ultimo, la cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah.
Sul piano nucleare, Teheran si impegna a non perseguire l’arma atomica e ad aprire un negoziato per cedere i 440,9 chili di uranio arricchito al 60% censite dall’AIEA.Poche ore dopo, alle 18 ora di Washington, un ventunenne di nome Nasire Best apre il fuoco contro un checkpoint del Secret Service all’incrocio fra 17ma Strada e Pennsylvania Avenue, a poche centinaia di metri dall’ala ovest. Una trentina di colpi. Gli agenti rispondono e lo uccidono; un passante è ferito in modo critico. La Casa Bianca va in lockdown.
Nel mezzo di quelle sei ore, fra l’annuncio del presidente e gli spari, la rete brulica di un cortocircuito politico di rara intensità. Il senatore repubblicano della South Carolina Lindsey Graham, falco neoconservatore di lungo corso, pubblica su X un avvertimento che galleggia sul filo del rasoio della minaccia: se nella regione si percepirà che l’accordo “permette al regime iraniano di sopravvivere e rafforzarsi nel tempo”, avremo “versato benzina sui conflitti in Libano e Iraq” e messo “Hezbollah e le milizie sciite in Iraq sotto steroidi”. La giornalista israelo-americana Emily Schrader, già direttore digitale di StandWithUs, la più grande organizzazione internazionale di advocacy pro-Israele, gli risponde lapidaria: “Esatto. Israele non lo tollererà”. Se traduciamo in linguaggio civile quello che Tel Aviv non può dire ufficialmente, è semplicissimo l’accordo non si farà, qualunque cosa accada. E qualcosa faremo senz’altro accadere. Mossad docet.
LA COSA ONESTA DA DIRE SULLA SPARATORIA
Al momento niente collega Nasire Best a Tel Aviv. Era un giovane fragile, seguito da tempo, due fermi precedenti, un internamento coatto in clinica psichiatrica, post sui social in cui si dichiarava “figlio di Dio”. Un ragazzo con problemi psichici, o almeno così dicono, non un agente. E tuttavia il problema politico resta: il fatto stesso che il mondo si sia posto la domanda “è stata Israele?” nel giro di un’ora è un bel sintomo. Non ce la si pone con qualunque alleato. Ce la si pone perché esiste un track record, fatto di pressioni, sabotaggi, omicidi mirati e operazioni sotto falsa bandiera, che rende politicamente plausibile l’ipotesi di uno sforzo israeliano per affossare l’intesa di Trump. Vediamolo.
PRIMO: L’INVASIONE ILLEGALE ALL’IRAN DI MARZO È COMINCIATA SU PRESSIONE DI ISRAELE, E WASHINGTON LO SA
Il 17 marzo 2026 Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center degli Stati Uniti, ex Green Beret, undici turni di combattimento, ex paramilitare CIA, vedovo di una crittologa della Marina uccisa in un attentato a Manbij nel 2019, militante MAGA insospettabile, ha rassegnato pubblicamente le dimissioni in polemica con la guerra contro Teheran. “Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per il nostro Paese, ed è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
Trump lo ha liquidato come “debole sulla sicurezza”, l’FBI ha aperto un’indagine su una presunta diffusione di informazioni riservate, un copione visto cento volte. Ma le sue parole restano. E a confermarne il merito è arrivata, davanti al Congresso, la testimonianza della Direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard: “la comunità di intelligence continua a valutare che l’Iran non sta costruendo un’arma nucleare”. Stessa cosa, il 4 marzo 2026, ha detto Rafael Grossi, direttore generale dell’AIEA. La guerra che ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e ribaltato il Medio Oriente è stata combattuta su un pretesto che chi aveva accesso ai dossier sapeva infondato.
SECONDO: NETANYAHU NON HA MAI ACCETTATO LA PROSPETTIVA DI UN’INTESA
Le cronache americane parlano di colloqui telefonici con il presidente in cui il premier israeliano sarebbe stato, secondo fonti citate da Axios, “con i capelli in fiamme”. Una fonte israeliana sintetizza alla CNN: “Il timore principale è che Trump si stanchi dei colloqui e chiuda un accordo, un qualunque accordo, con concessioni dell’ultimo minuto”. Gli obiettivi dichiarati di Netanyahu sono il regime change a Teheran e la distruzione del programma missilistico iraniano, non semplicemente di quello nucleare. Per Israele, qualunque accordo che lasci in piedi la Repubblica Islamica è una sconfitta strategica. Avigdor Lieberman, capo dell’opposizione di destra Israel Beitenu, è ancora più brutale: “Qualunque accordo, dal nostro punto di vista, è una catastrofe, perché qualunque accordo lascia in piedi gli ayatollah”. È la versione israeliana di “Israele non lo tollererà” di Schrader.
TERZO: C’È UN PRECEDENTE STORICO, CONCLAMATO E RIPETUTO
Nel 2015 Netanyahu volò a Washington, invitato dai repubblicani contro la Casa Bianca democratica, per parlare al Congresso americano contro l’accordo nucleare JCPOA che Obama stava per firmare con Teheran. Fallì sul momento, vinse poi nel 2018, quando convinse Trump a strappare l’accordo. Sul piano operativo, dal 2010 in poi, l’azione del Mossad ha incluso il virus Stuxnet, sviluppato con la NSA, distrusse circa 1.000 centrifughe a Natanz, l’assassinio mirato di almeno cinque scienziati nucleari iraniani fra Teheran e provincia, raid commando, esplosioni in impianti nucleari.
Più indietro nel tempo, episodi come l’Affare Lavon (1954), quando agenti israeliani in Egitto attaccarono obiettivi americani e britannici per trascinare l’Occidente contro Nasser, mostrano che il false flag, nel repertorio israeliano, non è invenzione complottista ma fatto storico ammesso. Nel 2025, secondo fonti iraniane rilanciate anche da media internazionali, l’intelligence di Teheran avrebbe sventato un piano israeliano sul suolo statunitense progettato per implicare l’Iran e trascinare gli Stati Uniti in guerra.
QUARTO: MENTRE L’INCHIOSTRO NON ERA ASCIUTTO, ISRAELE BOMBARDAVA IL LIBANO
Il 15 maggio un raid IDF ha colpito Harouf, nel sud del Libano, uccidendo sei persone fra cui tre paramedici; il 18 maggio le vittime erano già salite a sette, in flagrante violazione del cessate il fuoco con Hezbollah esteso pochi giorni prima a Washington per altri 45 giorni. La logica è quella che Max Blumenthal di GrayZone ha sintetizzato in modo chiarissimo. Graham e Schrader stanno dicendo, ad alta voce, che l’unico modo per mandare in fumo l’accordo è riaccendere la miccia a nord, in Libano e in Iraq, e costringere Trump a tornare alla guerra. Una strategia che spiega le bombe di Harouf molto più di qualunque “rappresaglia preventiva”.
LE IPOTESI SUL TAVOLO
Riformuliamo allora la domanda. Non “Israele è dietro la sparatoria di Washington?”. Non lo sappiamo e, ad oggi, sembra di no. Ma Israele ha la volontà politica, la capacità operativa e una catena di precedenti tali da rendere plausibile uno sforzo continuativo (e molto pericoloso) per affossare l’accordo Trump–Iran? La risposta, qui, è inequivocabilmente sì. Da quale parte può venire il sabotaggio? Almeno cinque scenari, da soppesare ciascuno per quello che vale.(a) Escalation calcolata in Libano e Iraq, quella che Graham ha praticamente firmato con la sua propria mano. Ovvero bombardamenti che inducano Hezbollah o le milizie sciite a una risposta militare significativa, capace di far saltare la voce “fine della guerra Israele–Hezbollah” inserita nella bozza dell’intesa.(b) Operazione militare unilaterale israeliana contro impianti nucleari iraniani residui, sul modello di quanto già accaduto in Siria nel 2007 con il reattore di Al-Kibar. Un fatto compiuto che obblighi Teheran a rispondere e Washington a difendere l’alleato.(c) Azioni coperte di “false flag”. Assassinii di funzionari iraniani con segnatura ambigua, attacchi a navi nel Golfo, attentati a obiettivi americani attribuibili a “milizie filo-iraniane”. Esattamente lo schema operativo che il Mossad ha praticato per decenni, dall’Affare Lavon al reclutamento di militanti del Jundallah da parte di agenti che si spacciavano per CIA.(d) Pressione politica interna americana attraverso AIPAC, StandWithUs, il think-tank Foundation for Defense of Democracies e parlamentari come Graham, per delegittimare l’intesa firmata e renderla insostenibile a Capitol Hill.(e) Guerra informativa. Leak fabbricati, “prove” su programmi iraniani segreti, fughe di notizie pilotate ai media amici. Lo schema vincente del 2018 contro il JCPOA, applicato di nuovo.Le prime tre richiedono mani sporche di sangue. Le ultime due bastano i sussidi e i contatti. Tutte sono coerenti con la storia e con le dichiarazioni pubbliche di chi conta a Tel Aviv.
LA SOLA CONTROMISURA POLITICAMENTE SERIA
Nel suo ultimo intervento ripreso anche dai media italiani, Joe Kent suggerisce la sola contromisura politicamente seria. Gli Stati Uniti, se vogliono davvero arrivare alla pace, devono ritirare il sostegno militare a Israele e chiarire che qualunque attacco al Libano comporterà ulteriori penalità. Tradotto in parole molto pratiche: senza la copertura americana, Israele non può permettersi una guerra di logoramento contro l’Iran, e dunque non può permettersi di sabotare l’accordo. La leva esiste. Il problema è se Washington avrà il coraggio di tirarla, o se l’accordo del 23 maggio finirà nel cestino dei “se” e dei “ma” come tutti gli altri.Le sei ore tra la dichiarazione di Trump e la sparatoria davanti alla Casa Bianca resteranno senz’altro una “strana” coincidenza. L’ennesima. Ma la domanda che tutti noi ci siamo posti resta lì. Sarà Israele?

