PRIMA OCCORSIO. POI AMATOAvevano capito troppo …

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PRIMA OCCORSIO. POI AMATOAvevano capito troppo …

Alfredo Facchini

PRIMA OCCORSIO. POI AMATO
Avevano capito troppo …

10 luglio 1976. Roma, quartiere Trieste. Sono le otto e mezza del mattino. Via Mogadiscio. Il magistrato Vittorio Occorsio esce di casa, sale sulla Fiat 125 Special e mette in moto. È diretto in tribunale. È il suo ultimo giorno di lavoro prima delle ferie. Non ha più la scorta da oltre un mese. All’incrocio con via del Giuba trova la strada chiusa. Una Fiat 124 è parcheggiata contromano. Serve a fermare il traffico. A liberare la visuale. A trasformare un pezzo di Roma in un poligono.

Pierluigi Concutelli lo aspetta. Imbraccia una mitraglietta Ingram arrivata dalla Spagna, un’arma corta, fabbricata per sparare molti colpi in pochi secondi. La prima raffica colpisce Occorsio frontalmente. Il magistrato tenta di uscire dall’automobile. La seconda arriva da vicino. Non c’è processo. Non c’è appello. C’è una condanna pronunciata da uomini che si sono nominati giudici, giuria e plotone d’esecuzione.

Occorsio muore sull’asfalto, a pochi metri da casa. Ha quarantasette anni. Sul corpo vengono lasciati volantini intestati al Movimento Politico Ordine Nuovo. Sotto il simbolo dell’ascia bipenne, una frase: «La giustizia borghese si ferma all’ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre».

I killer portano via anche la sua borsa. Occorsio sta lavorando su qualcosa che attraversa l’Italia più opaca: sequestri di persona, criminalità organizzata, neofascisti, massoneria, apparati dello Stato. Ha cominciato a seguire i rapporti fra la banda dei Marsigliesi, l’eversione nera e la loggia P2. Non vede mondi separati. Vede fili. E prova a tirarli. Per questo deve morire. Per quello che sta per capire.

Pierluigi Concutelli arriva a quell’appuntamento dopo anni di addestramento, carcere, clandestinità. È romano, ma si forma nella destra neofascista siciliana. Frequenta il Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, il FUAN, gli ambienti missini e Ordine Nuovo. Nel 1969 viene arrestato per possesso di armi da guerra. Nel 1972 viene sorpreso mentre si esercita in un campo paramilitare a Menfi. Non è ancora il “comandante”, come lo chiameranno i suoi camerati. Sta imparando il mestiere.

Dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo nel novembre 1973, una parte dell’organizzazione passa nella clandestinità. Lo scioglimento è il risultato del processo per ricostituzione del partito fascista nel quale Occorsio ha sostenuto l’accusa. Da quel momento il magistrato entra nella lista nera. Concutelli, invece, sale di grado. Nel 1974 comincia la clandestinità. Il salto arriva con il sequestro del banchiere leccese Luigi Mariano: un mese e mezzo di prigionia, un riscatto di 280 milioni di lire. Frutti di legami con fascisti toscani ed elementi della ’ndrangheta. Alla faccia della sbandierata purezza ideologica.

Nell’autunno del 1975 Concutelli ripara in Spagna. Il franchismo è agli ultimi giorni, ma gli apparati restano in piedi. Madrid è un porto sicuro per latitanti neri, anticomunisti, uomini dei servizi, mercenari e reduci delle guerre segrete europee. Concutelli partecipa ad attività contro i militanti baschi dell’ETA. Quando torna in Italia, nella primavera del 1976, porta con sé alcune armi. Fra queste c’è l’Ingram. Quella che userà contro Occorsio.

L’arma non nasce in una cantina romana. Arriva da una rete internazionale. Dietro il grilletto c’è una geografia: Italia, Spagna, Francia, Grecia, America Latina. Regimi autoritari, polizie parallele, organizzazioni neofasciste, mercenari. Concutelli si considera il comandante militare del Movimento Politico Ordine Nuovo. Non manda avanti gli altri. Va personalmente. Per giustiziare Occorsio sceglie Gianfranco Ferro, un uomo vicino agli ambienti degli ex paracadutisti.

Concutelli non si ferma. Il 26 luglio 1976 organizza una rapina alla filiale bancaria del Ministero del Lavoro. Bottino: 460 milioni di lire. Un malloppo. Poi fugge a Nizza. Rientra in Italia. Prima Ostia. Poi un appartamento in via dei Foraggi, nel centro di Roma, quasi sotto il Campidoglio. Un uomo ricercato da tutte le polizie si nasconde nel cuore della capitale. Viene ritrovata una Moto Guzzi usata per le ricognizioni sotto casa Occorsio. Appartiene a Gianfranco Ferro. Arrestato, Ferro indica Concutelli.

La svolta arriva nel febbraio 1977, dopo le dichiarazioni di Paolo Bianchi, militante neofascista destinato a diventare uno dei collaboratori più loquaci nelle indagini sull’estrema destra. Il 13 febbraio la polizia circonda il palazzo di via dei Foraggi.
Concutelli capisce che è finita. Non spara. Si consegna. Davanti alle telecamere si professa un «soldato politico».

Nel marzo 1978 la Corte d’assise di Firenze condanna Pierluigi Concutelli all’ergastolo e Gianfranco Ferro a ventiquattro anni. La sentenza viene confermata in appello e diventa definitiva il 6 marzo 1980. Concutelli e Ferro resteranno gli unici condannati in via definitiva per l’omicidio Occorsio. Le accuse contro i presunti mandanti non reggeranno ai successivi processi. L’esecutore ha un nome. Il complice ha un nome. La catena superiore si perde nei tribunali, nelle assoluzioni, nelle prove insufficienti, nei procedimenti annullati e rifatti.

Il 13 aprile 1981, durante l’ora d’aria nel carcere di Novara, Concutelli e Mario Tuti strangolano Ermanno Buzzi con un laccio da scarpe. Buzzi è stato condannato in primo grado per la strage di piazza della Loggia. Viene accusato dai camerati di essere un confidente, un delatore, uno che sta per parlare. Il 10 agosto 1982 tocca a Carmine Palladino, già luogotenente di Stefano Delle Chiaie in Avanguardia Nazionale. Anche lui è sospettato di voler collaborare con i magistrati. Viene strangolato con una garrota rudimentale.

Concutelli non uccide soltanto i nemici. Uccide chi rischia di rompere il silenzio. Per i giovani neofascisti della generazione successiva, Concutelli diventa un modello.
Valerio Giusva Fioravanti e i militanti dei Nuclei armati rivoluzionari vedono in lui l’archetipo del combattente nero: clandestino, armato, impermeabile al pentimento. Progettano più volte di farlo evadere. Non ci riescono.

Nel 2002 ottiene la semilibertà. Lavora nell’ufficio romano della casa editrice Barbarossa, diretta da Maurizio Murelli, già militante dell’estrema destra. Muore a Roma il 15 marzo 2023. Ha settantotto anni. Vittorio Occorsio ne aveva quarantasette. Per lui il tempo si ferma quella mattina di luglio, dentro una Fiat 125 crivellata di colpi.

Vittorio Occorsio non è l’ultimo. Il fascicolo passa di mano. Lo raccoglie un altro magistrato della Procura di Roma: Mario Amato. Studia gli stessi nomi. Ricostruisce gli stessi legami. Cerca di mettere ordine nella galassia dell’eversione neofascista, quando ancora molti fingono che sia soltanto una somma di bande rivali.

Anche lui resta solo. Chiede protezione. Chiede uomini. La mattina del 23 giugno 1980 è alla fermata dell’autobus, in viale Jonio. Sta andando al lavoro. Un killer dei Nuclei Armati Rivoluzionari, Gilberto Cavallini, gli si avvicina e gli spara alla nuca. Muore sull’asfalto, davanti ai passanti.

Due magistrati. Due inchieste sulla destra eversiva. Lo stesso isolamento. Lo stesso epilogo. Avevano cominciato a vedere il disegno d’insieme. E, in quegli anni, vedere troppo era una condanna a morte.

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