Alessandro Volpi
Una incredibile consacrazione.
I liberalconservatori e i liberal progressisti italiani stanno celebrando la “vittoria” del senatore a vita Mario Monti nei confronti dell’ex generale Roberto Vannacci, consumatasi nelle lussuose sale di Cernobbio.
Nel frattempo lo stesso Monti, spinto da questa rinnovata fama di uomo saggio, esprime in ogni sede le sue auliche preoccupazioni per le sorti dell’Europa, messa a soqquadro dai nuovi barbari.
Oggi sul “Corriere della sera”, l’esimio bocconiano se la prende anche con i cosiddetti partiti “europeisti”, rei a suo dire di non aver mai anteposto l’interesse europeo al loro misero tornaconto.
In merito, ancora l’illustre economista, non esita a citare le proprie premonizioni in merito, scritte già nel 2012, in un libro steso a quattro mani.
Il problema a mio parere è costituito dal fatto che il nuovo “Super Monti” sembra trascurare gli effetti prodotti dal suo governo nell’accentuare una profonda, diffusa e popolare – termine non molto apprezzato dall’ex presidente del Consiglio — ostilità verso l’Europa.
Proviamo quindi a ricordare qualcosa, usando dati Istat e Bankitalia.
Il governo Monti intervenne con una forte stretta fiscale e previdenziale proprio nel pieno della recessione. Tra il 2010 e il 2012, secondo la Banca d’Italia, il reddito familiare medio diminuì del 7,3% e il reddito equivalente del 6%, mentre la ricchezza media delle famiglie diminuì del 6,9%.
Il peggioramento colpì soprattutto le fasce economicamente più deboli: nel 2012 il reddito equivalente medio era circa 1.500 euro al mese, ma scendeva a circa 1.200 euro per gli operai e a 1.100 euro per i residenti nel Mezzogiorno.
La componente generazionale fu particolarmente critica: tra il 2010 e il 2012 il reddito relativo dei pensionati migliorò, mentre quello delle classi di età più giovani continuò a peggiorare.
Sul lungo periodo il reddito relativo dei 19-35enni era diminuito di circa 15 punti percentuali e quello dei 35-44enni di circa 12 punti rispetto alla media nazionale.
Anche la disuguaglianza aumentò: l’indice di Gini sui redditi passò dal 32,9% nel 2010 al 33,3% nel 2012.
Ancora più marcato fu l’aumento della disuguaglianza patrimoniale: il Gini della ricchezza salì dal 62,3% al 64%, mentre il 10% più ricco delle famiglie arrivò a possedere il 46,6% della ricchezza netta complessiva.
Il Mezzogiorno risultò particolarmente vulnerabile: nel 2012 il reddito disponibile per abitante era di circa 13.200 euro, contro 20.300 euro nel Nord, con una differenza di oltre 7.000 euro annui per abitante.
Sul piano sociale, nel 2012 il 29,9% degli italiani risultava a rischio di povertà o esclusione sociale; nel Mezzogiorno la percentuale arrivava a quasi 48%.
La critica più forte è quindi questa: la manovra di risanamento fu realizzata attraverso un aumento significativo del prelievo sui redditi medio bassi, con IMU, IVA e accise, e attraverso una riforma pensionistica molto severa, generando tra l’altro il disastro degli “esodati”, senza pensione e senza lavoro, proprio mentre i redditi familiari, l’occupazione e la ricchezza stavano già diminuendo.
Il risultato furono un deciso impoverimento delle famiglie e un aumento della vulnerabilità economica e sociale, distribuito in modo diseguale.
Questo elemento emerse ancor più negli anni immediatamente successivi proprio per gli effetti dell’austerità. Nel 2014 il 30% più povero delle famiglie possedeva in media appena 7.000 euro di ricchezza, meno dell’1% della ricchezza complessiva, mentre il 5% più ricco possedeva oltre il 30% della ricchezza.
Alla luce di ciò forse proprio al contrapposizione fra il “saggio” Monti, che continua ad impartire faticose lezioni a chiunque, omaggiato dai media della narrazione liberale, al “pericoloso” antieuropeista Vannacci, non è la strada migliore per restituire qualche credibilità all’idea di Europa.
In fondo Monti era stato spinto al governo anche dalla finanza internazionale per “salvare” il Paese magari riaprendo la stagione delle grandi svendite di Stato.
