ENI, un’operazione di marketing

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ENI, un’operazione di marketing

Alessandro Volpi

Un’operazione di marketing.La decisione di Eni di introdurre un tetto massimo ai prezzi della benzina a 1,99 euro al litro e del gasolio a 2,19 euro al litro nelle proprie stazioni Enilive rappresenta una mossa commerciale e d’immagine di forte impatto, ma con effetti del tutto marginali sui risultati finanziari complessivi del gruppo.

L’iniziativa, presentata come un contributo per attutire la morsa del caro-carburanti sui consumatori, si applica esclusivamente alla rete di distribuzione al dettaglio in Italia e per un lasso di tempo limitato. Questa misura non è strutturale e non inciderà in modo significativo sui profitti e sugli extraprofitti della società, poiché la vendita di carburante alla pompa costituisce soltanto il terminale di una catena del valore molto più vasta e redditizia. I veri motori finanziari di un colosso integrato come Eni risiedono infatti a monte del processo, ossia nelle attività di estrazione di petrolio e gas (upstream) e nelle operazioni di raffinazione globale. Quando le quotazioni internazionali del greggio salgono o i margini di raffinazione toccano vette elevate a causa di tensioni geopolitiche o restrizioni nell’offerta, i guadagni generati da tali divisioni crescono vertiginosamente.Per comprendere la scala economica in gioco, basta guardare ai risultati finanziari recenti del gruppo: dopo gli utili record del 2022 e 2023 trainati dalla crisi energetica, Eni ha registrato un utile netto pari a 6,4 miliardi di euro nel 2024, mantenendo un flusso di cassa straordinario e continuando a realizzare miliardi di profitti anche nei mesi successivi (con oltre 2,5 miliardi nei soli primi nove mesi dell’anno successivo).

Di fronte a questa enorme mole di profitti, la domanda sorge spontanea: quanto costa davvero ad Eni mantenere bloccato il prezzo alla pompa? In termini contabili, il costo è del tutto irrisorio e, per certi versi, persino compensato. Tagliare temporaneamente pochi centesimi di margine al litro sulla propria rete al dettaglio comporta un impatto stimabile in qualche decina di milioni di euro nell’arco del mese di applicazione, a fronte di profitti operativi netti misurabili in miliardi. Inoltre, l’applicazione di un prezzo calmierato attrae un maggior flusso di automobilisti nelle stazioni del marchio a scapito delle pompe indipendenti e dei concorrenti “no-logo”, permettendo a Eni di recuperare gran parte del margine unitario sforbiciato attraverso un immediato incremento dei volumi totali erogati e delle vendite nei servizi collegati dei bar e store di rete.

A completare il quadro c’è la dinamica fiscale: l’idea comune secondo cui le grandi compagnie energetiche lascino una quota sproporzionata dei propri guadagni allo Stato sotto forma di imposte non trova riscontro nei dati operativi. In Italia, Eni non paga un tax rate effettivo particolarmente alto se paragonato all’aliquota teorica societaria. Sebbene la somma teorica di IRES e IRAP si attesti al 27,9%, il tax rate effettivo generato dalle sole attività italiane oscilla ordinariamente in una fascia compresa tra il 20% e il 30%. Questo avviene in gran parte grazie alle norme del sistema fiscale nazionale, come il meccanismo della Participation Exemption (PEX), che esenta da tassazione fino al 95% dei dividendi e delle plusvalenze provenienti da società controllate e partecipate dal gruppo. Di conseguenza, mentre a livello consolidato globale il carico fiscale appare più elevato a causa dei regimi estrattivi stringenti presenti in alcuni Paesi esteri, in Italia il peso delle imposte sulle attività operative ordinarie rimane contenuto. Il blocco temporaneo del prezzo alla pompa si configura dunque come una manovra tattica perfettamente sostenibile dal punto di vista finanziario, senza intaccare la capacità del gruppo di accumulare extraprofitti derivanti dal contesto energetico globale.Forse la strada da seguire sarebbe quella di alzare l’aliquota fiscale effettiva a fronte di profitti così imponenti, magari pensando anche ad una rinazionalizzazione di un settore strategico come quello dell’energia. Ma per adottare simili misure ci vorrebbe una classe dirigente non succube dei grandi azionisti privati di Eni.

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