articolo realizzato con il contributo dell’IA
Milano, venerdì mattina, cielo limpido. Dall’aeroporto di Castelluccio, nei pressi di Foggia, decollano alle 7.58 i B-24 Liberator della 15ª Air Force americana. Gli obiettivi sono tre stabilimenti che lavorano per lo sforzo bellico: Isotta Fraschini, Alfa Romeo e Breda di Sesto San Giovanni. Non c’è contraerea, non ci sono caccia a intercettarli. La missione sembra facile.Non lo è. Il gruppo diretto alla Breda sbaglia i calcoli di rotta e, secondo le ricostruzioni, non riesce più a correggere la traiettoria di sgancio. Con il carico ancora a bordo non può rientrare alla base, e le bombe cadono sui quartieri popolari di Gorla e Precotto. Tra le 11.27 e le 11.29 tutto si consuma in pochi istanti.
Un ordigno da 500 libbre entra nella tromba delle scale della scuola elementare “Francesco Crispi”, mentre i bambini cercano di raggiungere i rifugi.I morti, in tutta Milano, sono 614. Tra loro 184 bambini, insieme a maestre e personale della scuola. Si ricordano come i “piccoli martiri di Gorla”.
Quello di Gorla non fu l’unico bombardamento di Milano. Già nell’agosto 1943 la città era stata ridotta in macerie, e molti milanesi avevano lasciato le case per le campagne. Ma Gorla è rimasta il simbolo più doloroso di quella stagione, perché colpì i più piccoli, in pieno giorno, per un errore. Nel 1952 il monumento dello scultore Remo Brioschi, con l’ossario sul luogo della scuola, fissò nella pietra una frase: «Ecco la guerra».Sul tema restano punti da chiarire: il numero esatto degli aerei coinvolti, le tonnellate sganciate, i tempi dell’allarme. Le fonti divergono, e per i dettagli servono i rapporti dell’USAAF e gli atti comunali. Su un punto non c’è discussione: quel giorno, a Milano, la distanza tra un obiettivo militare e una scuola fu di pochi chilometri, e di un errore di calcolo.
