Giancarlo Selmi
Eravamo in due. Io e mia madre. Nient’altro. Eravamo poveri. Poveri davvero. Mia madre faceva qualsiasi lavoro per un solo motivo: mandarmi a scuola. Si contavano i giorni del mese. Uno per uno. Come oggi sono costretti a fare milioni di famiglie. Io so cosa vuol dire. So cosa vuol dire andare a letto senza cena. So cosa vuol dire vedere tua madre piangere davanti al padrone di casa perché i soldi dell’affitto non c’erano. Lui le dava una pacca sulla spalla. E aspettava. E lei pagava. Sempre. In ritardo, ma pagava.
Sapete cosa ci teneva in piedi? Cosa impediva alla disperazione di vincere? Due cose: “Il sogno di una cosa”, come avrebbe detto Pasolini. E la coscienza di classe. Sì, proprio quella. Non ci vergognavamo di essere poveri. Mai. Né io, né lei. Perché allora la povertà era una condizione. Non una colpa e nemmeno un difetto. Non era una malattia da nascondere. Il nostro sogno aveva un nome: lo studio. Un ascensore sociale che funzionava. Un minimo di merito che contava. Lo sapevamo, io e lei: si poteva.
Nessuno era condannato al punto da cui partiva. Con l’impegno, con il sacrificio, con lo studio, la terra promessa si poteva raggiungere. Oggi no. Oggi non più. Oggi l’Italia somiglia al mondo dei “Vinti” di Verga: nasci come muori. Muori come nasci. È la stessa cosa. E come se non bastasse, la competizione e il consumo, due ideologie di una violenza feroce, si sono prese tutto. Anche le teste dei più giovani, le vere vittime. Sono stato ribelle anch’io. Sono stato un giovane comunista. Ho riempito le piazze, ho manifestato, ho lanciato qualcosa ai poliziotti di Cossiga che mi correvano dietro.
Sognavo un mondo migliore. E il paradosso più grande è che quel mondo, il mio, era già migliore di quello in cui oggi sono costretti a crescere i ragazzini che hanno l’età che avevo io. C’era un’informazione seria. C’erano libri da leggere. C’erano luoghi dove stare insieme, associazioni, comunità. C’erano le canzoni di Guccini e De Andrè da cantare. C’erano idee. Non c’era razzismo. C’era qualità umana. C’era tanta solidarietà. Io ero la seconda generazione dei sopravvissuti alla guerra. La terza dei sopravvissuti al fascismo. Anch’io, per quel mondo che sognavo, mi sono scontrato con la polizia. Ho visto i poliziotti provocatori infiltrati. Non me ne vergogno. Per niente.
Oggi questo merdaio, che ci ostiniamo a chiamare “paese civile”, affoga nell’intolleranza e nel razzismo. È divorato dalle metastasi dell’ignoranza. È un paese dove i giornali sbattono in prima pagina un bambino di undici anni insieme alla sua famiglia. Sua madre. La sua vita, setacciata pezzo per pezzo. Perché? Perché è figlio di genitori di origine marocchina. Gli stessi giornali, invece, tacciono, non nominano, silenziano altre vicende, peggiori, perché riguardano italiani.
Nascondono due giovani rampolli della società “bene”, uno figlio di un uomo delle forze dell’ordine, che, a bordo di una di quelle macchinine per bambini che solo i ricchi possono permettersi, status symbol in città marce nei valori e nella società, si divertivano a prendere a calci le persone sui monopattini. Un gioco. E con quel gioco hanno mandato in coma un bravo ragazzo. Di galere allargate per quei due non parla nessuno. Questo è il paese che, nonostante i nostri sforzi, ci siamo ritrovato.
Io, da quel ragazzo povero che ero, figlio di una madre che piangeva per l’affitto, questo mondo, questa società merdosa, non riesco proprio ad accettarli. Per questo, vedere i giovani che tornano a occupare le piazze, che rivendicano finalmente futuro, vita e speranza, mi accende il cuore. Evidentemente, un fiore sotto il merdaio c’è.
