La legge di Bilancio all’ articolo 33 prevede dei tagli alle pensioni di dipendenti pubblici modificando le aliquote di rendimento delle pensioni retributive per una serie di dipendenti statali: tra cui i medici, ma anche gli infermieri, i dipendenti di Regioni e Comuni, gli insegnanti di asilo e scuole elementari parificate, gli ufficiali giudiziari. I medici pubblici in particolare hanno già proclamato lo stato di agitazione in vista di uno sciopero.
La relazione tecnica allegata al disegno di legge specifica i contorni finanziari della misura, che riguarda sostanzialmente coloro che hanno iniziato a lavorare tra il 1981 e il 1995 (quindi prima della riforma Dini che ha segnato il passaggio al sistema contributivo) e andrà a toccare gli interessati in modo graduale nel corso del tempo.
Per il prossimo anno i lavoratori che si vedranno applicare coefficienti decisamente meno favorevoli sono 31.500, con un risparmio per lo Stato limitato a 11,5 milioni di euro. Ma già nel 2025 si arriverà a 81.500 persone coinvolte e a 42,3 milioni di minor spesa previdenziale. Poi, anno dopo anno, le dimensioni dell’intervento cresceranno fino a toccare nel 2043, dunque tra vent’anni, oltre 732 mila trattamenti previdenziali. E il beneficio per le casse pubbliche, rispetto alle regole attualmente in vigore, risulterà di quasi 2,3 miliardi.
La stessa tabella sarà usata anche per il calcolo degli oneri dovuti da chi intende riscattare periodi non coperti da contribuzione (ad esempio gli anni di università). Vi saranno così ulteriori benefici per i conti pubblici , sotto forma di maggiori entrate; che però la stessa relazione tecnica «in via cautelativa» non quantifica. I maggiori costi potrebbero di fatto scoraggiare i dipendenti potenzialmente interessati al riscatto.
I medici che sono in prima linea nella richiesta di ritirare la norma rappresentano in realtà poco più del 12 per cento all’inizio e qualcosa in meno negli anni successivi. Ancora più esigua è l’incidenza di maestre e ufficiali giudiziari. Il grosso dei lavoratori esposti alla novità fanno invece parte della Cpdel, la cassa dei dipendenti degli enti locali poi confluita nell’Inpdap e successivamente nell’Inps. Al suo interno ci sono anche gli infermieri della sanità pubblica.
I medici sono però una categoria che vive una situazione particolare nell’era post-pandemica; lo stesso governo in un altro capitolo della manovra si è impegnato a rafforzare il finanziamento al fondo sanitario nazionale e specificamente a incrementare i loro compensi per le prestazioni aggiuntive. La novità non gradita in materia previdenziale potrebbe indurre più di un professionista a cercare di anticipare la pensione, accentuando così il problema della carenza di personale.

Una finanziaria che dà da una parte (pochissimo) e soprattutto toglie, dall’altra; assolutamente non dalla parte dei ceti meno abbienti, ma dei ricchi. Per esempio, concede qualcosa alle famiglie numerose sugli asili-nido e poi, alle stesse famiglie, tassa pannolini e assorbenti. Per quanto riguarda tutto il resto, è una questione di slalom e di paletti, un labirinto di norme nelle quali districarsi come in una giostra degli specchi. La Sanità è mortificata, mentre invece sarebbe proprio il settore da finanziare di più; i pensionati pubblici sono come al solito i più colpiti dalla scure di chi ha pagato già le sue cambiali ai settori sociali di “riferimento” ( elettorale, naturalmente; è quello che conta maggiormente per un governo della destra italiana): imprenditori, balneari, evasori sono stati già accontentati. Agli altri? Nulla, la coperta è corta; anzi, gli altri non esistono.