La strada tra Jalalabad e Kabul è stata testimone di alcune delle pagine più tragiche della storia del giornalismo internazionale. Lungo quell’arteria polverosa e pericolosa, che attraversa montagne e valli dell’Afghanistan orientale, si sono consumati omicidi che hanno segnato profondamente la cronaca mondiale.
Il 19 novembre 2001, Maria Grazia Cutuli, giornalista catanese del Corriere della Sera, fu uccisa insieme ai colleghi Julio Fuentes di El Mundo, Harry Burton e Azizullah Haidari della Reuters. Otto uomini armati bloccarono le due auto del convoglio stampa a Surobi, a circa 70 chilometri da Kabul, costringendo i giornalisti a scendere e uccidendoli a colpi di kalashnikov.
Maria Grazia aveva 39 anni e stava documentando il ritrovamento di depositi di gas nervino in basi abbandonate di Al Qaeda.
Ma la violenza contro i giornalisti a Jalalabad non si è fermata. Il 2 marzo 2021, tre giovani giornaliste sotto i vent’anni – Mursal Habibi, Shahnaz e Saadia – furono uccise con un colpo di pistola alla testa in due attacchi coordinati mentre tornavano a casa dal lavoro alla tv Enikass. L’ISIS rivendicò l’omicidio, dichiarando che le donne lavoravano per un’emittente “fedele al governo apostata afghano”.
Questi episodi si inseriscono in una campagna sistematica contro chi cerca di informare. Negli ultimi sei mesi del 2020 furono uccisi 14 operatori dei media in Afghanistan. Ogni attacco ha un valore simbolico: colpire i giornalisti significa silenziare le voci libere, impedire alla verità di emergere dalle zone di guerra.
