I “fatti di Torino”.La complicità del mainstream con la sicurtà meloniana.

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I “fatti di Torino”.La complicità del mainstream con la sicurtà meloniana.

Manuel M Buccarella

A distanza di qualche giorno dai “fatti di Torino”, a margine della pacifica grande manifestazione (si parla anche di 50mila partecipanti) a sostegno del centro sociale Askatasuna, sgomberato dalle forze dell’ordine e dalla Digos su ordine del ministro Piantedosi il 18 dicembre 2025, dopo praticamente 30 anni di attività, vorrei svolgere alcune considerazioni.

Vorrei partire dalla testimonianza della giornalista Rita Rapisardi, riportata da “Il Fatto Quotidiano”:

“Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno (…)”
E ancora: “Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dai lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce (…)”

La testimonianza (oculare) di Rita Rapisardi mi pare a dir poco eloquente. “Strano” che tutti i principali media, a partire dai vari telegiornali, abbiano parlato e riportato solo l’episodio del poliziotto aggredito, fortunatamente con pochi danni e dimesso dall’ospedale già il giorno dopo con una prognosi di 20 giorni, omettendo volutamente di riferire e di riportare le immagini di diversi inermi manifestanti massacrati di botte e con la testa rotta (vedi per esempio un pacifico pensionato) a colpi ripetuti di manganello. O il caso del fotografo che benché qualificatosi, è stato manganellato senza pietà dalla celere. Violenza o aggressioni a parte dei “black block” o di chi dir si voglia, gli uomini in divisa dedicati all’attività non dovrebbero essere formati in maniera specifica e rivolgere la repressione a chi di dovere e nel rispetto delle regole di ingaggio? Quale rabbia o frustrazione hanno in corpo o rispondono ad istruzioni precise, anche contro persone inermi ed indifese? E ancora, dopo tante manifestazioni e tanti scontri, le forze dell’ordine non conoscono già i facinorosi, avendo dunque forse la possibilità di fronteggiarli con maggiore efficacia? Discorso a parte quello dei possibili infiltrati, con l’intenzione di sabotare la manifestazione e di attribuire la responsabilità delle violenze anche ai pacifici organizzatori.

Non mi soffermo in questa sede sull’inopportuno sgombero del centro sociale occupato, che la giunta Lo Russo aveva riconosciuto nel gennaio 2024 come bene comune, avviando un percorso di cogestione con il Comune. Dopo l’aggressione alla sede del quotidiano La Stampa il 28 novembre 2025 a che da alcuni occupanti di Askatasuna, il 18 dicembre 2025 il sindaco Lo Russo, lamentando il mancato rispetto delle prescrizioni concordate, comunica ai promotori la cessazione del patto di collaborazione. Nella stessa data il centro viene sgomberato. Come noto nel centro si svolgevano anche attività di sociale utilità verso le famiglie del quartiere, che sono scese in piazza sabato scorso.

La manifestazione , ed i disordini di Torino sono stati evidentemente strumentalizzati dal governo Meloni, con la complicità del mainstream. Così sono stati perseguiti almeno tre obiettivi: 1) un decreto Sicurezza che imbavagli e desertifichi con la repressione e la “prevenzione” le manifestazioni ed il (legittimo) dissenso con la militarizzazione e con norme liberticide e securitarie; 2) portare alla vittoria del “SI” al referendum sulla giustizia, rafforzando l’idea di una magistratura sin troppo molle ed accondiscendente nei confronti dei violenti; 3) distrarre dai tanti veri problemi del Paese (Niscemi, crisi economica, sanità, Ponte sullo Stretto etc.).

Il nuovo decreto Sicurezza era comunque già scritto prima di Torino in attesa del momento giusto e del posto giusto per portarlo all’approvazione, semmai rincarando la dose.

Un’ultima inevitabile considerazione politica: i neofascisti di CasaPound, che occupano abusivamente da anni uno stabile di proprietà pubblica, stavano per essere accolti con tutti gli onori in un’iniziativa alla Camera dei Deputati promossa dalla Lega. A quando lo sgombero? A quando lo scioglimento per ricostituzione del Partito Nazionale Fascista?

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