Alessandro Volpi
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato durante una lunga e incalzante intervista condotta dall’imparziale Nicola Porro, su un canale di altrettanto provata imparzialità, che è giunto il momento di un Presidente della Repubblica che non sia di Sinistra perché anche questo tabù deve essere superato.
Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche.
Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini.
Fra gli altri, c’erano 3 che erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini.
Posizioni molto conservatrici caratterizzarono le presidenze di Antonio Segni e di Giovanni Leone, quest’ultimo eletto, all’ultima votazione, con il contributo dei parlamentari dell’MSI.
Certamente non di Sinistra furono le presidenze di Oscar Luigi Scalfaro e di un super tecnico come Carlo Azeglio Ciampi.
Un caso a parte, ma non direi qualificabile come di “Sinistra”, fu la presidenza di Francesco Cossiga, mentre la presidenza del socialdemocratico Saragat si poneva nell’ottica della spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI.
Il secondo mandato di Napolitano fu votato da praticamente tutto il Parlamento, compreso il Pdl che non lo aveva votato al primo mandato, così come il secondo Mattarella non fu votato solo da Fratelli d’Italia.
Alla luce di ciò è davvero difficile sostenere che in Italia ci siano stato solo presidenti di Sinistra.
Ma in realtà il messaggio di Giorgia Meloni sembra essere un altro: il prossimo presidente della Repubblica non deve condividere i valori della Costituzione, anzi deve esplicitare, al di là dell’adesione formale, una chiara opposizione a quella cultura e a quell’impianto istituzionale, di cui Meloni, del resto, con il premierato, vuole modificare la sostanza.
In questo senso Meloni qualifica come di Sinistra chiunque si riconosca nella intangibilità dei valori costituzionali e della democrazia parlamentare; due tratti, questi sì, che hanno caratterizzato buona parte dei 12 presidenti della Repubblica Italiana.
Per Meloni, superare il “tabù” della Presidenza della Repubblica nelle mani di un esponente della Destra vuol dire azzerare la storia democratica di questo paese e riproporre il metodo delle “leggi del 1925”; svuotare la Costituzione senza farla decadere.
Nel caso dello Statuto Albertino era decisamente più semplice per la sua natura flessibile, e per la complicità della monarchia, nel caso della Costituzione del 1948 servono dure spallate fatte a colpi di riforme strutturali.
Il primo presidente della Repubblica, proveniente dalla Destra che intende Meloni, sarebbe un uomo o una donna d’ordine, secondo lo schema più trito del Potere personale forte: una posizione che presenta un duplice paradosso.
Il primo. Meloni immagina un potere forte quando orami l’Italia è in mano ai poteri forti della grande finanza. Il secondo. Meloni ha paura che l’uomo forte sia un ex generale che le si è ribellato in una sorta di ammutinamento da film boccaccesco degli anni Settanta.
Siamo tra il Mussolini del 3 gennaio del 1925 e il generale Buttiglione.

