Redazione PeaceLink – Un filo diretto unisce i massacri in Sudan alle nostre gioiellerie. Occorre spezzare la catena che, attraverso il contrabbando dell’oro, finanzia la guerra e trasforma gli Emirati Arabi Uniti in un hub impunito. Ma in Europa si continua a commerciare oro insanguinato chiudendo gli occhi.
C’è un filo diretto che unisce i massacri della guerra in Sudan ai grandi hub finanziari globali e, infine, alle nostre gioiellerie. È il sistema internazionale di contrabbando dell’oro, una delle principali risorse a disposizione degli attori del conflitto armato sudanese per finanziare la loro macchina da guerra, che in oltre tre anni ha provocato una crisi umanitaria da decine di migliaia di morti e oltre 12 milioni di persone in fuga. Gli strumenti per incidere su questa filiera di morte esistono, anche se il traffico di oro si articola lungo catene di valore opache e difficili da monitorare e attraverso snodi di smistamento che appaiono intoccabili. L’incontro di RomaDecine di organizzazioni della società civile italiana si sono riunite in settimana per elaborare delle possibili linee di intervento per promuovere la trasparenza e contrastare il traffico di oro e l’utilizzo che ne viene fatto per finanziare la guerra. L’invito è partito dai missionari comboniani, che hanno anche ospitato l’incontro nella loro sede romana di via Lilio. L’iniziativa è stata suddivisa in due parti: prima i contributi tecnici di alcuni dei maggiori esperti mondiali su commercio e contrabbando dell’oro e sulla regolamentazione dei minerali da conflitto. Poi, il confronto sulle possibili linee da seguire a partire da questo patrimonio di dati e informazioni. Il workshop è una nuova tappa di un cammino cominciato oltre 18 mesi fa, scandito da appelli alle istituzioni, sit-in, conferenze stampa in Parlamento, momenti di sensibilizzazione pubblica. Quelle che leggerete sono rielaborazioni di quanto emerso dall’iniziativa di Roma, di cui Nigrizia ha dato un ampio resoconto.
La destinazione finale è invece una sola: gli Emirati Arabi Uniti. Questo nonostante l’anno scorso le autorità di Port Sudan, e quindi le SAF, abbiano bloccati i voli verso il paese. Abu Dhabi non è quindi più la prima destinazione del commercio di oro regolare, che si è spostato verso Egitto e Qatar, mentre la stragrande maggioranza della produzione aurifera finisce comunque negli Emirati tramite i flussi illegali che passano per i paesi vicini. Quello che succede nel piccolo paese della penisola arabica merita un approfondimento: Ummel ha spiegato come gli Emirati Arabi Uniti siano il secondo importatore mondiale di oro dopo la Svizzera, con circa 1.400 tonnellate annue per un valore di 105 miliardi di dollari. Più della metà di questo oro proviene dall’Africa. Il paese è inoltre un gigantesco hub internazionale, con fino a 50 raffinerie tra grandi e piccoli impianti e migliaia di società commerciali attive nelle zone di libero scambio come il Dubai Multi Commodities Centre (DMCC). Lezhnev ha evidenziato come nei mercati tradizionali del paese operino fino a 10mila piccoli venditori che comprano tutto in contante e poi vendono alle grandi raffinerie senza alcuna possibilità di monitoraggio. I controlli doganali si dimostrano spesso fittizi, gli audit vengono eseguiti in modo blando. Il risultato è che nel solo 2022 gli Emirati hanno importato più di 405 tonnellate di oro illegale dal continente africano. Riforme svanite nel nullaLe normative emiratine si sono fatte più stringenti dopo che proprio nel 2022 gli Emirati Arabi Uniti sono stati inseriti nella lista grigia dei paesi sotto osservazione per il riciclaggio del Gruppo d’azione finanziaria internazionale (GAFI). Per uscirne, l’anno successivo gli Emirati hanno introdotto una nuova normativa sulla due diligence per l’approvvigionamento responsabile d’oro. Ummel e Lezhnev convengono sul fatto che la legge sia ottima sulla carta ma che la sua implementazione sia stata a dir poco lacunosa. Neanche un grammo di oro illegale è stato nei fatti bloccato alle frontiere dalle autorità emiratine. Non da ultimo, gli Emirati sono stati infine rimossi dalla lista grigia della GAFI l’anno scorso. Secondo Lezhnev di The Sentry, gli Emirati Arabi Uniti possono beneficiare di alleati internazionali molto potenti come Stati Uniti e Israele e possono facilmente mettersi a riparo da sanzioni e meccanismi di monitoraggio più stringenti.
Emergency; Medici Senza Frontiere; Sant’Egidio; Pax Christi; FOCSIV; CIPAX; ACLI; Caritas Italiana; Movimento Nonviolento. La responsabilità politica e moraleL’iniziativa di Roma ha messo in luce una verità scomoda: il genocidio in Sudan è alimentato da una catena globale di complicità e di indifferenza. Gli Emirati Arabi Uniti, con il loro ruolo di hub dell’oro contrabbandato, non sono semplici spettatori, ma attori chiave che permettono il finanziamento della guerra. Le loro riforme sulla carta, mai applicate, e la loro capacità di sottrarsi ai controlli internazionali, grazie a potenti alleati, li rendono moralmente e politicamente responsabili. L’europarlamentare Cecilia Strada ha dichiarato: “Lo scorso anno mi sono opposta alla decisione della Commissione Europea di eliminare gli Emirati Arabi Uniti dalla lista dei Paesi ad alto rischio riciclaggio, e l’ho fatto perché sono loro il principale destinatario dell’oro estratto illegalmente in Sudan”.La società civile italiana, con questa iniziativa, ha scelto di non distogliere lo sguardo. Ha chiesto alle istituzioni europee e nazionali di agire, di rendere trasparenti le filiere, di sanzionare i responsabili. Come ha ricordato l’eurodeputato Tarquinio, la sensibilità sta cambiando, ma non è sufficiente. È necessario che la politica, finalmente, ascolti il grido che arriva dal Sudan e che avvii azioni concrete. Per l’Ucraina lo fa, perché altrettanto non avviene per il Sudan?Note: Rapporto The Sentry. Dall’oro insanguinato all’oro “responsabile” https://www.nigrizia.it/notizia/dalloro-insanguinato-alloro-responsabile
