Gaudi, l’eterno ritorno del Dub.Con “Jazz Gone Dub”lo sperimenta sopra il jazz

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Gaudi, l’eterno ritorno del Dub.Con “Jazz Gone Dub”lo sperimenta sopra il jazz

Manuel M Buccarella

Abbiamo ascoltato l’ultimo album di Gaudi, “Jazz Gone Dub”, uscito lo scorso dicembre. Gaudi, al secolo Daniel Gaudi, nato a Bologna il 12 luglio 1963, è un musicista, compositore e produttore discografico italiano naturalizzato britannico, attivo dal 1981. Conosciuto anche con gli pseudonimi Dub Alchemist e Mad Master Moog, ha costruito una carriera lunghissima tra dub, reggae, elettronica e worldbeat.**Gli esordi bolognesi.

Ha iniziato negli anni ’80 suonando le tastiere in diverse band new wave prima di entrare nel gruppo reggae Bamboo Company. Negli stessi anni fonda Raptus, uno dei primi progetti hip-hop in lingua italiana, e co-crea il collettivo di produzione Tubi Forti, che lavora con Isola Posse All Stars, Sud Sound System e Donatella Rettore. Il suo album d’esordio, “Basta Poco”, uscito nel 1990 per Polygram/Universal, è considerato tra le opere fondanti del “Movimento delle Posse” e uno dei primi tentativi di fondere il raggamuffin giamaicano con la lingua italiana. Nel 1995 Gaudi si trasferisce a Londra dove fonda la sua etichetta/casa di produzione Sub Signal e apre il Metatron Studio, dove registra gran parte della sua produzione da allora.

Nel corso di oltre quattro decenni ha lavorato con mostri sacri della black music, del reggae e dell’elettronica: Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa, Groove Armada, The Orb, Tricky, Lee “Scratch” Perry, Simple Minds, Bryan Ferry, Don Letts, Savana Funk e Trentemøller, oltre a Horace Andy, Sounds from the Ground e Ashtech. In Italia ha scritto per Elisa e Irene Grandi, ed ha collaborato con Lamb, Bob Marley, Almamegretta e Patty Pravo. Ha raggiunto tre volte il numero 1 su Billboard con Lee “Scratch” Perry, Steel Pulse e Hollie Cook. “Jazz Gone Dub” (2025)Il diciannovesimo album solista di Gaudi — che ha raggiunto la posizione n. 30 nella classifica ufficiale UK e la n. 8 nella classifica reggae USA — è uscito il 5 dicembre 2025, per un lavoro descritto come frutto di quattro anni di scrittura, esecuzione, registrazione, mix e dub.**Il concept.** L’album è pensato come un dialogo tra lo spirito improvvisativo del jazz e la profondità del dub, un terreno che Gaudi esplora non come semplice esperimento di fusione ma come vero incontro tra due tradizioni musicali ricche.**Tracklist (9 brani, 38 minuti):**1. Cool Jazztice2. H.E.L.P (Happy Elephants Love Pistachio)3. Deflated and Discombobulated4. Alabaster Moon5. Fragile Hands6. Bach @ Liszt (Bucket List)7. Dub Lu8. Susceptible9. Tokyo Subterfuge**I collaboratori sul disco.** Il cast è di livello internazionale: David Hinds degli Steel Pulse, Jah Wobble, Ernest Ranglin e la storica coppia ritmica Sly & Robbie compaiono tra i musicisti principali. Nei crediti dei singoli brani si trovano anche il sassofonista/flautista Gavin Tate-Lovery, il trombettista/trombonista Tim Hutton, il pianista Nicola Peruch, Papa Ntò al wah clavinet, Stiv Man I e Henri Defoe alle chitarre, Pol Gieri alla batteria e i bassisti Jambo e Vlastur, oltre al trombettista Roy Paci nel brano “H.E.L.P.”. Nel brano conclusivo “Tokyo Subterfuge” entrano anche il pianista Matteo Saggese e il chitarrista Marcus Upbeat, mentre Gaudi al piano cita atmosfere hard bop vintage.**Accoglienza critica.** Il disco sta ricevendo un riscontro solido e duraturo: continua a godere di supporto radiofonico internazionale nel 2026, con passaggi BBC sostenuti da David Rodigan e Don Letts. Su AllMusic viene descritto come “una conversazione sorprendentemente scorrevole tra jazz sofisticato e dub reggae”, capace di unire sonorità vintage a un’estetica modernissima, pur con qualche recensore che nota — legittimamente, trattandosi di un giudizio soggettivo — un effetto di saturazione nell’ascolto prolungato, con piano jazzato, sassofoni e basso dub che tendono a fondersi. Su Discogs le recensioni degli acquirenti sono positive, con voti medi intorno al 5/5.Vuole che approfondisca un aspetto in particolare — per esempio il rapporto con Steel Pulse, il periodo bolognese delle Posse, o un confronto con i lavori precedenti come *Dub Qawwali*?

## Critica musicale: i brani principali**”Alabaster Moon”** è probabilmente il fulcro emotivo del disco. Gaudi vi suona personalmente piano, basso e santoor, e il brano intreccia un groove jazzato e funky con un tappeto ritmico dread e denso di elettronica — quasi un dialogo tra funk viscoso, swing notturno e un vortice di basso e batteria in levare, con i fiati sospesi sullo sfondo. È il pezzo che meglio riassume la promessa del titolo: non giustapposizione ma vera fusione, dove l’atmosfera non toglie nulla alla complessità melodica e ritmica.**”Bach @ Liszt (Bucket List)”**, il brano più lungo (oltre 6 minuti), è invece una vetrina per la chitarra di David Hinds (Steel Pulse), che cammina con disinvoltura sul filo fra ruolo solista e accompagnamento, mentre il flauto di Gavin Tate-Lovery, tra ottoni e ance, regala un tocco orchestrale quasi alla Quincy Jones su un pulse insistente. Alcune fonti indicano qui anche il Fender Rhodes di Sam Bergliter in dialogo con i glockenspiel di Gaudi, per un’escursione jazz-dub calda e vintage.**”Susceptible”** è forse il pezzo più interessante dal punto di vista critico, perché è — paradossalmente — il meno “jazz” e il più roots dell’album: qui la chitarra di Ernest Ranglin e la sezione ritmica di Sly & Robbie (registrata al Tuff Gong Studio di Kingston) spingono il brano verso l’astrazione, con ottoni che si muovono nel riverbero come fumo. È definito da AllMusic una vera e propria “riscrittura” di “Ernie’s Dub”, pezzo già presente nel disco 2023 di Ranglin *Havana Meets Kingston in Dub* — un dettaglio che segnala quanto l’album sia anche un lavoro di riappropriazione e ricontestualizzazione di materiale esistente, non solo composizione ex novo.**”Dub Lu”** apre con un vamp alla Herbie Hancock giovane, avvolto nella linea di basso dub di Colin Edwin (Porcupine Tree) tra due chitarre e un assolo di sax tenore, mentre la batteria di Horseman guida il pezzo e il piano di Nicolò Fragile fluttua sopra l’impasto ritmico.**”Tokyo Subterfuge”**, il brano di chiusura, riporta il piano di Gaudi su un vamp hard-bop vintage con un assolo che richiama il funk “in pocket” di Ray Bryant, prima di cedere spazio al Rhodes/arpa di Matteo Saggese mentre Jah Wobble, Horseman e il chitarrista Marcus Upbeat tengono il groove.**Il giudizio d’insieme.** Il punto di forza è la gestione dello spazio — delay e riverbero, i marchi di fabbrica del dub, sono usati con cura chirurgica per dare un’aria onirica e immersiva senza mai diventare decorativi. Il rischio, segnalato da qualche recensore meno entusiasta, è che su ascolto prolungato piano jazzato, sassofoni morbidi e basso dub tendano a fondersi in un unico plateau sonoro, perdendo un po’ di contrasto drammatico tra un brano e l’altro — una critica legittima per un disco che punta più sull’atmosfera che sulla varietà di tensioni.## Confronto con “Dub Qawwali” (2007)Il paragone è istruttivo perché rivela due modi diversi di intendere l'”incontro” nel lavoro di Gaudi.**Dub Qawwali** nasce da un’operazione più rischiosa sulla carta: prendere le registrazioni vocali sacre del qawwali di Nusrat Fateh Ali Khan — cantore sufi pachistano scomparso nel 1997, considerato il più grande qawwal della sua epoca — e reinserirle in un contesto di produzione dub giamaicana, usando tecniche analogiche vintage come i tape echo. È un lavoro essenzialmente **verticale**: un incontro fra due mondi lontanissimi (la spiritualità sufi e l’estetica sonora giamaicana) mediato quasi interamente dalla mano di un solo produttore sulle voci di un artista già scomparso. La critica dell’epoca lo definì un’operazione “audace e genere-piegante”, un successo pieno nonostante — anzi proprio in virtù di — un’apparente incompatibilità di partenza.**Jazz Gone Dub** lavora in modo diverso: è un progetto **orizzontale**, corale, costruito su un cast enorme di musicisti viventi che suonano insieme (o in overdub coordinato) — Sly & Robbie, Ranglin, Hinds, Wobble e una dozzina di altri strumentisti jazz, dub e reggae. Non c’è il gesto radicale del remix su materiale sacro/storico, ma un lavoro compositivo condiviso, quattro anni di scrittura ed esecuzione dal vivo. Se *Dub Qawwali* era un atto di traduzione (portare una voce in un linguaggio sonoro che non le apparteneva), *Jazz Gone Dub* è un atto di orchestrazione (mettere insieme musicisti di tradizioni affini — jazz e dub condividono già l’attenzione all’improvvisazione e al groove — e lasciarli respirare nello stesso spazio).Il filo che li unisce resta la cifra stilistica di Gaudi come produttore-alchimista: in entrambi i casi il dub non è usato come genere a sé ma come **metodo di produzione** — spazio, eco, sottrazione — applicato a materiale che di per sé non è dub. Cambia però l’ambizione concettuale: più “storica” e quasi archivistica quella di *Dub Qawwali* (un tributo, un’operazione di riscoperta), più “presente” e conviviale quella di *Jazz Gone Dub* (una session fra pari, per quanto orchestrata a distanza da un cast stellare).

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