Gaudi, l’eterno ritorno del Dub.Con “Jazz Gone Dub”lo sperimenta sul jazz

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Gaudi, l’eterno ritorno del Dub.Con “Jazz Gone Dub”lo sperimenta sul jazz

Manuel M Buccarella

Abbiamo ascoltato l’ultimo album di Gaudi, “Jazz Gone Dub”, uscito lo scorso dicembre. Un album decisamente di impatto e di grande qualità, impreziosito da significative collaborazioni musicali.Il cast che accompagna Gaudi in questo lavoro è di livello internazionale: la sezione ritmica di Sly & Robbie (nella loro ultima incisione insieme), i chitarristi Ernest Ranglin e David Hinds degli Steel Pulse, i bassisti Jah Wobble e Colin Edwin, il sassofonista e flautista Gavin Tate-Lovery, il trombettista e trombonista Tim Hutton, il batterista reggae Horseman, con Gaudi stesso a tessere il tutto al pianoforte, Fender Rhodes, Hammond B-3, glockenspiel, santoor e taishōgoto. Le sedute londinesi e sarde sono state curate da Papa Ntò, mentre le parti di Sly & Robbie e Ranglin sono state incise ai leggendari Tuff Gong Studios di Kingston.

“Jazz Gone Dub” ci colpisce già dal primo ascolto; Gaudi, al secolo Daniel Gaudi, nato a Bologna nel 1963, non è certo un parvenue. Musicista, compositore e produttore discografico italiano naturalizzato britannico, è attivo dal 1981. Conosciuto anche con gli pseudonimi Dub Alchemist e Mad Master Moog, ha costruito una carriera lunghissima tra dub, reggae, elettronica e worldbeat. Nel corso di oltre quattro decenni ha lavorato con mostri sacri della black music, del reggae e dell’elettronica.

Il disco si compone di 9 brani, per una durata complessiva di 38 minuti. “Jazz Gone Dub” è il diciannovesimo album solista di Gaudi ed ha raggiunto la posizione n. 30 nella classifica ufficiale UK e la n. 8 nella classifica reggae USA. L’album è pensato come un dialogo tra lo spirito improvvisativo del jazz e la profondità del dub, un terreno che Gaudi esplora non come semplice esperimento di fusione ma come vero incontro tra due tradizioni musicali ricche. E l’artista bolognese ci riesce alla grande, costruendo atmosfere jazzistiche sotto la base ed il motivo conduttore dub, grazie alle improvvisazioni generate dal pianoforte, che si mescola talvolta anche con partiture blues.

AllMusic descrive il disco come “una conversazione sorprendentemente scorrevole tra jazz sofisticato e dub reggae”, capace di unire sonorità vintage a un’estetica modernissima, pur con qualche recensore che nota un effetto di saturazione nell’ascolto prolungato, con piano jazzato, sassofoni e basso dub che tendono a fondersi. Su Discogs le recensioni degli acquirenti sono positive, con voti medi intorno al 5/5.

L’incipit, con “Cooljazztice”, è di gran mestiere, e può definirsi come il “manifesto” di questo album. Nel brano di apertura Gaudi mostra le sue capacità al pianoforte e all’organo, avvolto da fiati con riverbero, Wurlitzer e un “wah clavinet”. Il jazz (pianismo, fiati) resta la superficie melodica, ma l’intera texture sonora — riverbero, spazio, effetti — è governata dalla grammatica del dub.

“Alabaster Moon” è probabilmente il brano più rappresentativo del disco, quello anche più considerato dalla critica musicale. Gaudi vi suona piano, basso e santoor, e il brano intreccia un groove jazzato e funky con un tappeto ritmico dread e denso di elettronica, con un vortice di basso e batteria in levare, con i fiati sospesi sullo sfondo.

Bach @ Liszt (Bucket List) è il brano più lungo del disco (oltre sei minuti), e il titolo — un gioco di parole fra i due compositori classici — evidenzia la formazione classica al pianoforte di Gaudi, che in effetti introduce il brano con una bella sciorinatura di musica classica al piano. Qui la formazione classica di Gaudi viene poi ricondotta all’interno della cornice dub attraverso il consueto lavoro di delay e riverbero. Il pezzo è anche una vetrina per la chitarra di David Hinds (Steel Pulse), che cammina con disinvoltura sul filo fra ruolo solista e accompagnamento, mentre il flauto di Gavin Tate-Lovery, tra ottoni e ance, regala un tocco orchestrale quasi alla Quincy Jones. La sezione ritmica è a cura di Sly & Robbie.

Bellissima anche “Dub Lu”, con l’apertura pianistica jazz secondo alcuni alla Herbie Hancock da giovane, avvolta nella linea di basso dub di Colin Edwin (Porcupine Tree) tra due chitarre e un assolo di sax tenore, mentre la batteria di Horseman guida il pezzo e il piano di Nicolò Fragile fluttua sopra l’impasto ritmico.

“Fragile Hands è un brano breve, circa tre minuti e mezzo, bello, che lascia ampio spazio alla vena jazzistica di Gaudi.

“Susceptible” insieme ad “Alabaster Moon”, è l’altro brano citato dalla critica per la sua capacità di costruire mood e atmosfera senza perdere complessità melodica e ritmica: un’ulteriore conferma che nei momenti più riusciti dell’album jazz e dub non competono, ma si scambiano ruoli: il primo fornisce l’armonia, il secondo lo spazio in cui quell’armonia respira. La chiusura è offerta da “Tokyo Subterfuge”, che ha caratteristiche speculari al brano di apertura: il pianoforte di Gaudi introduce un vamp hard bop d’annata prima di un assolo che richiama il funk aderente al groove di Ray Bryant, con Matteo Saggese alle tastiere acustiche, mentre Gaudi passa al Rhodes o all’arpa e Wobble, Horseman e il chitarrista Marcus Upbeat sostengono il groove. È il brano più esplicitamente jazzistico del disco.

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