Alessandro Volpi
Il mercato azionario si nutre di paradossi solo apparenti, e la vicenda che vede contrapposti la LMDV Media di Leonardo Maria Del Vecchio e la Società Editoriale Il Fatto (SEIF) ne rappresenta una dimostrazione da manuale.
L’annuncio da parte del family office di voler valutare un’Offerta Pubblica di Acquisto volontaria totalitaria sulle azioni SEIF, propedeutica al ritirare la società dalla Borsa, ha innescato una reazione immediata ed esplosiva sul listino di Piazza Affari, facendo schizzare il titolo con rialzi teorici superiori al 20% e punte prossime al +30%. Questa corsa all’acquisto si scontra tuttavia contro un muro di matematica finanziaria: i soci fondatori e il management di SEIF (tra cui Marco Travaglio, Antonio Padellaro e l’amministratore delegato Cinzia Monteverdi) detengono una quota sindacata ben superiore al 50% del capitale sociale, oltre al 9,77% rappresentato da azioni proprie in pancia alla società stessa. Poiché LMDV Media ha subordinato la validità della propria offerta al raggiungimento di una soglia minima di adesione pari all’82,9% del capitale sociale, e constatata la ferma contrarietà dei soci storici a cedere le proprie partecipazioni, l’operazione appare tecnicamente condannata al fallimento prima ancora di nascere.
Perché allora il titolo sale vertiginosamente se l’OPA non ha possibilità concrete di riuscire? La spiegazione risiede nella natura puramente speculativa degli operatori di mercato. Prima della manovra, l’azione SEIF scambiava attorno a 0,22 euro per una capitalizzazione complessiva di appena 5 milioni di euro. L’offerta di LMDV Media a 0,286 euro per azione garantisce un premio del 30% rispetto alle quotazioni vigenti.Gli speculatori di Borsa comprano nell’area compresa tra 0,24 e 0,26 euro scommettendo su due fattori: il primo è la speranza che il “no” dei vertici del Fatto sia solo una schermaglia negoziale per costringere Del Vecchio a un rilancio economico (es. a 0,32 o 0,35 euro); il secondo è la natura di “micro-cap” di SEIF, dove un ridotto volume di acquisti è in grado di creare forti distorsioni sui prezzi di un flottante di mercato limitato al solo 40%.
Tuttavia, la vera chiave di volta dell’operazione non si consuma sui tabelloni di Milano, ma sul piano strategico, reputazionale ed editoriale. Anche senza spendere un singolo euro e senza mai completare l’OPA, LMDV Media trae da questa mossa un vantaggio enorme. In primo luogo, l’annuncio obbliga la compagine del Fatto Quotidiano a una posizione difensiva e a una dolorosa Due Diligence mediatica, spostando l’attenzione pubblica dalle recenti inchieste giornalistiche condotte dal quotidiano sulle vicende giudiziarie e finanziarie del gruppo Del Vecchio alle dinamiche strettamente borsistiche. In secondo luogo, posizionandosi come acquirente con un premio elevato, Del Vecchio fissa una valutazione aziendale precisa e crea una spaccatura tra la tutela dell’indipendenza editoriale da parte dei fondatori e gli interessi dei piccoli azionisti di minoranza, che vedono la dirigenza bloccare una monetizzazione certa del +30%. Infine,LMDV Media ottiene una straordinaria cassa di risonanza per il proprio progetto di espansione nel settore dei media, accreditandosi sui mercati finanziari e bancari come un player aggressivo e dotato di profonda liquidità, in grado di destabilizzare gli assetti istituzionali delle principali testate italiane a costo reputazionale ed economico pressoché nullo.
Se l’OPA dovesse formalmente decadere per il mancato raggiungimento dell’82,9%, la bolla speculativa sul titolo SEIF si sgonfierà rapidamente riallineando il prezzo ai fondamentali commerciali, mentre LMDV uscirà dal campo da gioco dopo aver dimostrato la sua capacità di condizionare la Borsa e di mettere sotto pressione i suoi principali critici editoriali senza aver versato un solo centesimo.
In sintesi Leonardo Maria Del Vecchio, attraverso la pressione della finanza, può condizionare qualsiasi mezzo d’informazione.
