(articolo realizzato con il contributo dell’IA)
All’alba del 4 novembre 1956 i carri armati sovietici rientrarono a Budapest con l’operazione “Turbine”, chiudendo nel sangue tredici giorni di rivoluzione.
La rivolta
Tutto cominciò il 23 ottobre con un corteo studentesco di solidarietà alla Polonia: riforme, libertà di stampa, ritiro delle truppe sovietiche. In serata la statua di Stalin fu abbattuta, la polizia politica sparò sulla folla e la protesta divenne insurrezione. Alla guida del governo fu richiamato Imre Nagy, comunista riformatore.
La repressione
Nagy si spinse oltre ciò che Mosca poteva tollerare: pluripartitismo e, il 1° novembre, uscita dal Patto di Varsavia con proclamazione della neutralità. La risposta fu militare. Nagy cercò rifugio nell’ambasciata jugoslava, mentre János Kádár formava un governo filosovietico. Si contarono circa 2.500-3.000 morti ungheresi e 200.000 esuli. Nagy, attirato fuori con una garanzia violata, fu impiccato il 16 giugno 1958.
Le conseguenze
L’Occidente, assorbito dalla crisi di Suez e frenato dall’equilibrio nucleare, non intervenne. In Italia il PCI di Togliatti appoggiò l’intervento e la sinistra si spaccò, tra il “Manifesto dei 101” e il dissenso di Di Vittorio e Giolitti.
Nel 1989 Nagy fu riabilitato e riseppellito con funerali solenni. Sconfitta sul campo, la rivolta vinse nella memoria.
