CHE DIO BENEDICA L’AMERICA, O ALMENO QUALCUNO LA ESORCIZZI

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CHE DIO BENEDICA L’AMERICA, O ALMENO QUALCUNO LA ESORCIZZI

Lavinia Marchetti

Le dimissioni di Joe Kent hanno risvegliato in me una perversa ironia hegeliana nel teatro dell’assurdo che va in scena a Washington in questo scorcio di 2026. Vero che la storia, ci insegnano, si ripete prima come tragedia e poi come farsa (ma comunque la farsa è pur sempre una tragedia); ma nell’era del populismo a trazione algoritmica, la farsa assume i contorni del grottesco.

Ne parlavo giusto qualche giorno fa del rapporto tra potere e grottesco. https://laviniamarchetti.altervista.org/lidiozia-e-il-grottesco-nel-potere-contemporaneo/

Prendiamo Joseph Kent. Un curriculum che trasuda America First da ogni poro. Ex Berretto Verde (che Rambo mi perdoni) con undici dispiegamenti alle spalle, vedovo di una guerra che non smette di mietere vittime sull’altare dell’interventismo, frequentatore di chat su Signal con i falchi dell’amministrazione e, non dimentichiamolo, sodale di quelle frange dell’estrema destra per cui il complotto è una categoria dello spirito, dell’anima, prima ancora che un’idea politica. Fino a ieri, il nostro era il fervente sacerdote della “sicurezza nazionale”, issato da Donald Trump e Tulsi Gabbard sulla poltrona di Direttore del National Counterterrorism Center.Oggi, il falco si è scoperto colomba. O, per meglio dire, ha scoperto che l’Impero, quando inizia a divorare se stesso, ha un sapore di carogna e non deve essergli piaciuto.

Con una lettera di dimissioni che sembra vergata a quattro mani da un militante anti-imperialista della prima ora e un cospirazionista di QAnon, Kent ha sbattuto la porta in faccia al Sovrano. Il casus belli? L’ennesima, disastrosa, insensata avventura militare a stelle e strisce, ovvero la guerra in Iran. Ma non è l’atto in sé a squarciare il velo di Maya, bensì la motivazione. Kent, l’uomo della destra profonda, accusa senza mezzi termini Israele e la sua “potente lobby americana” di aver trascinato gli Stati Uniti nel baratro, attraverso una “campagna di disinformazione” mirata a ingannare il Presidente. Chi l’avrebbe mai pensato! Chi avrebbe mai potuto anche solo sospettarlo che Israele avesse costretto gli USA alla guerra con qualche mirabolante ricatto della squadra (non di calcetto) Epstein. Fermiamoci un momento ad assaporare la sublime dissonanza cognitiva della situazione.L’intellettualità organica del trumpismo, quella che per anni ha sbraitato contro il Deep State, si ritrova ora a denunciare l’ingerenza di uno Stato straniero nelle stanze dei bottoni di Washington.

Kent ci offre un’epistemologia selettiva e affascinante: loda l’omicidio del generale Soleimani durante il primo mandato Trump come un capolavoro di pragmatismo tattico, perché, si sa, sganciare missili sui leader stranieri è la quintessenza dell’isolazionismo pacifico, ma poi piange lacrime amare quando quella stessa ideologia della forza innesca l’inevitabile reazione a catena che sfocia nel fatto che anche agli altri ogni tanto piace tirare qualche missile. Ci deve essere rimasto male Joe.È la tragedia dell’eccezionalismo americano che si schianta contro il muro della Realpolitik. Kent, il patriota ferito, riconosce la stessa tattica usata per la “disastrosa guerra in Iraq”, ma fatica ad ammettere che il problema non è solo l’eco-camera israeliana. Il problema è il Leviatano stesso, il problema sei proprio tu Joe. Anche perché fai parte di un apparato militare-industriale fisiologicamente inetto alla pace, che ha bisogno di nemici costanti per giustificare la propria ipertrofica esistenza.E così, il lealista accusa l’inganno, implorando Trump di “invertire la rotta” prima del declino.

“Che Dio benedica l’America”, twitta Kent, congedandosi con l’immancabile nenia del patriottismo di rito. Ne avrà un disperato bisogno. Mentre i Direttori si dimettono e i Presidenti si fanno “ingannare” (o fingono di esserlo), la ruota del sangue ricomincia a girare, stritolando come sempre “i migliori uomini e donne” di una classe subalterna mandata a morire per le nevrosi di un Impero in decomposizione.

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