La Corte d’Appello di Milano ha ordinato lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex ILVA entro 90 giorni. La decisione giudiziaria mira a tutelare la salute pubblica dal grave inquinamento da amianto e polveri sottili. L’ordinanza colpisce lo stabilimento principale di Taranto, ma la competenza legale appartiene ai giudici milanesi per via dei ricorsi legati alla gestione societaria interna.
L’altoforno e l’area a caldo dovranno essere spenti entro la fine di ottobre 2026. La Corte meneghina ha stabilito che la produzione potrà ripartire solo dopo la rimozione totale dell’amianto. La Corte, sezione civile, si legge nel provvedimento, «accoglie la richiesta di inibitoria e, per l’effetto, in parziale riforma del decreto impugnato, ordina a Ilva spa, Acciaierie D’Italia spa e Acciaierie d’Italia holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto, assegnando a queste ultime il termine di giorni novanta, decorrente dall’ultima comunicazione del provvedimento, per il completamento delle operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo».
La Corte d’Appello si è pronunciata sui ricorsi presentati nei mesi scorsi da un gruppo di cittadini di Taranto e dall’associazione “Genitori Tarantini”, nonché dalle società interessate, sulla sentenza del Tribunale di Milano che a febbraio ha ordinato l’alt alla produzione del siderurgico entro il prossimo 24 agosto se l’azienda non avesse rivisto e adeguato una serie di prescrizioni ambientali dell’Aia rilasciata la scorso anno e ritenute dai giudici carenti circa la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.Per la Corte, «appare evidente che la domanda dei cittadini, come formulata nella memoria del 30 settembre 2025 e ribadita in sede di reclamo, è stata comunque motivata – prima e dopo l’Aia 2025 – dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive», nonché «l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento”» e «le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime».
Il Governo Meloni ha reagito convocando d’urgenza un tavolo di confronto a Palazzo Chigi e confermando l’erogazione del prestito ponte per mantenere la continuità aziendale, pur evidenziando il rischio che la decisione giudiziaria complichi le trattative in corso per la vendita dello stabilimento.

