GLI INTOCCABILI

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GLI INTOCCABILI

GLI INTOCCABILI Piccola fenomenologia dell’amichettismo, con un esperimento mentale sul negazionismo

di Lavinia Marchetti

Ho già provato a ritrarre due personaggi contigui: il difensore d’ufficio, che non discute mai ciò che l’autore ha detto ma soltanto il tono con cui glielo si contesta, e l’endogamia del salotto progressista, la rete di prefazioni reciproche che scatta in piedi ogni volta che un sodale inciampa. Manca il convitato di pietra di entrambi che potremmo chiamare fatalmente “l’intoccabile”. Non è proprio una persona in carne ed ossa, è uno statuto, la Segre fa parte del cerchio. Lo si acquisisce con gli anni, le ristampe, le apparizioni fisse nei festival con apericena, le giornate “ufficiali”, la televisione, e dà il formidabile privilegio di sospendere, attorno a chi lo possiede, le normali leggi della critica.

Il caso è noto. Alla vigilia del Festival degli scrittori di Gerusalemme, Erri De Luca dichiara a Israel Hayom, quotidiano della destra israeliana, di essere sionista e che applicare a Gaza la parola “genocidio” è “una distorsione storica e verbale”. Il Festival Salerno Letteratura, che gli aveva affidato la prolusione, gliela toglie: “una prolusione implica una certa identità di vedute”, spiega il condirettore, “quanto meno rispetto alla più tragica delle evidenze, i morti civili di Gaza”. De Luca, che ha l’understatement di molti “progressisti” amici, replica: “non sono stato escluso, è il Festival che si è escluso da me”.

Un fatto minimo, un invito ritirato. Niente di che si direbbe. Ma è sul fatto minimo che la specie si rivela.Facciamo un esperimento mentale, di quelli che si fanno la sera, prima di addormentarci senza pericolo per nessuno. Poniamo che da domani io cominci a spiegare, con garbo, che l’Olocausto “è stato certo terribile, le prove ci sono, per carità, però è una cosa anche un po’ montata, ingrandita, strumentalizzata”. Non lo nego: lo ridimensiono, lo sfumo, lo “contestualizzo”. Quanto impiegherebbe un festival letterario a ritirarmi la prolusione? Quanti secondi? E avrebbero ragione perché chi ridimensiona un genocidio non è certo un eretico da proteggere, è qualcuno che ha detto una cosa indecente.

La domanda, allora, è perché lo stesso identico movimento (“orribile, moltissimi morti, però non chiamatelo genocidio”), applicato a Gaza, non solo non squalifichi chi lo compie, ma trasformi chi glielo fa notare, anche con toni forti, ma i toni con un genocidio in corso tendono ad essere forti, nel cattivo della storia.La risposta è una parola sola, e non è “libertà”. È amichettismo.

Funziona così. Quando il bersaglio è un intoccabile, la critica viene riqualificata all’istante, cessa subito di essere critica e si trasforma magicamente in linciaggio, gogna, purga, caccia alle streghe, “nuova sinistra illiberale”, cancel culture, rogo di libri. Il verbo cambia categoria. Si smette di discutere di ciò che è stato detto e si processano i modi, il tono, la faccia tosta di chi ha osato dirlo, si negano i commenti, addirittura non si ritiene di dover rendere conto di ciò che si dice. Quando invece il bersaglio sta fuori dal cerchio (uno qualunque a destra, magari per una frase meno grave), la stessa identica operazione diventa “critica doverosa”, “non si può far finta di niente”, igiene democratica. Non è che cambia la gravità di ciò che è stato detto. Cambia solo l’ “appartenenza” di chi l’ha detto.

Il dispositivo, in questi giorni, lavora a pieno regime e con firme di pregio. Nicola Lagioia, dal Foglio, trova “scorretto, anzi assurdo” escludere De Luca, perché “le idee diverse si ascoltano”, e si duole che “prima lo consideravano un eroe e adesso gli tolgono il diritto di cittadinanza”. Roberto Cotroneo si ritira dal festival e sfodera l’apocrifo volterriano, “darei la vita perché tu possa esprimere la tua idea”, issato a valore “antifascista della sinistra europea”. Sul Corriere, Antonio Polito conia la “nuova sinistra illiberale” e Walter Veltroni rimprovera alla sinistra i suoi “riflessi pavloviani” per De Gregori; il Foglio invoca “più grammatica, meno tifoseria”; e perfino da Repubblica Stefano Cappellini, dopo aver concesso apartheid e crimini di guerra, stringe l’imbuto su chi ha il torto di dirsi antisionista. Sotto, a reggere il coro, la versione social.

Ieri sono rimasta sorpresa da un post di Donatella Di Cesare che ha sempre avuto posizioni chiare su Israele-Palestina che, immagino casualmente, appena ho inserito il commento ha bloccato tutti i commenti. La critica appunto…Il punto comune a tutte queste mosse è che la libertà non c’entra un emerito “nulla”, che De Luca non ha mai perduto la sua libertà, anzi, i suoi libri sono in vetrina, le sue parole su ogni giornale, la sua voce è riportata in ogni telegiornale. Il punto è l’assicurazione reciproca. Si difende l’intoccabile perché l’intoccabilità è un bene mutualistico. Se può cadere lui, che ha tradotto l’Esodo e porta in tasca la fedina No-TAV, allora la sospensione delle regole non vale più per nessuno del cerchio. Non difendono un’idea. Difendono una specie di polizza. Metti che domani dico una cosa storta?Ed è qui che l’esperimento mentale di prima fa il suo lavoretto sporco. Se il principio fosse davvero la libertà di parola, varrebbe per chiunque no? Per il negazionista, per il razzista, per il peggiore degli ospiti immaginabile. Ma non vale per tutti, vale solo per gli intoccabili, e solo finché restano tali.

Una libertà che funziona a senso unico è un privilegio, e come tutti i privilegi viene notato soprattutto da chi non ne ha o non ne vuole.L’intoccabile, in origine, è due cose opposte e insieme: il sacro e l’impuro, ciò che non si tocca perché troppo in alto e ciò che non si tocca perché contamina. Il nostro ceto letterario, dei due sensi, ha tenuto il primo e ha regalato ai propri santi un’immunità che nessun lettore di periferia, nessuno sciopero avrà mai.

A Gaza, intanto, l’unica parola che non si può pronunciare alla prolusione di un festival è esattamente quella che descrive ciò che lì accade. Gli intoccabili, almeno, possono ancora scegliere quali parole risparmiarsi. A poche centinaia di metri da Al-Mawasi, è un lusso che non è concesso a nessuno.

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