LA DEPORTAZIONE CONTEMPORANEA SI CHIAMA EMIGRAZIONE VOLONTARIA. IL CASO DELL’AEREO DALLA PALESTINA A JOHANNESBURG

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LA DEPORTAZIONE CONTEMPORANEA SI CHIAMA EMIGRAZIONE VOLONTARIA. IL CASO DELL’AEREO DALLA PALESTINA A JOHANNESBURG

Lavinia Marchetti

Prendo spunto dall’articolo di Refaat Ibrahim, tradotto su “Internazionale”, dal titolo: “Il nuovo metodo di Israele per cacciare i palestinesi”. Si parla di deportazione a pagamento.

Provo a immaginare quelle dodici ore chiusi in aereo, a Johannesburg. Non tanto per la sosta, sono abituati a ben altro i palestinesi, ma per lo straniamento: il portellone bloccato, il corridoio stretto che sa di plastica e ansia, i bambini che chiedono “dove siamo?”, gli adulti che continuano a guardare fuori dal finestrino come se il vetro potesse offrire una direzione.

In realtà nulla si muove, il motore è spento, il volo finisce e la terra d’arrivo non si palesa. Non sanno neanche dove sono. Via da lì. Nei documenti quel volo appare come un semplice trasferimento di passeggeri. Nella vita di chi è a bordo è un’altra cosa. È uno strappo, una rottura deliberata della continuità tra un popolo e lo spazio in cui quel popolo ha imparato a stare, soffrendo e resistendo. Su quei sedili stretti c’è Gaza compressa dentro una capsula pressurizzata: case crollate, bombe, fame lutti ripetuti. E una somma di denaro enorme per chi vive sotto blocco, pagata a una società con un nome che sembra innocuo, ma dietro la quale c’è il governo di Israele.

L’articolo racconta la scena con precisione: i palestinesi hanno sborsato tra millecinquecento e cinquemila dollari, si sono affidati a un’azienda che coopera con le autorità di occupazione, sono decollati senza che il Sudafrica fosse davvero informato del loro arrivo. In cabina di regia non c’è solo un’opaca agenzia. C’è poi un ufficio per l’“emigrazione volontaria” (buffo vero? “volontaria”) creato dentro il ministero della difesa israeliano, c’è il COGAT che controlla il passaggio, ci sono contatti difficili da tracciare tra funzionari e militari. Figure ombra.Chi guarda in superficie vede una combinazione di interessi: qualcuno che guadagna sulle partenze, uno stato che alleggerisce la presenza di un popolo indesiderato e un paese terzo che si trova all’improvviso con un gruppo di persone bloccate in aereo, senza timbro di uscita, senza un percorso giuridico lineare.

Se ci si mette all’altezza degli occhi di chi parte, lo scenario cambia.Lì dentro, in quelle dodici ore di attesa, c’è la forma più recente di una deportazione lenta. Non vi troviamo il classico convoglio militare né colonne di sfollati scortate dai soldati verso il confine come di solito accade e non c’è neanche la scena cruda del camion che scarica famiglie in un deserto. Israele ha appreso bene come fare. Una gestione tecnocratica dell’espulsione. Un biglietto aereo pagato a caro prezzo. Un sito internet con fotografie generiche. Un sistema di permessi che accetta chi è disposto a trasformare la propria vita in un esilio senza ritorno. Il punto decisivo non è la partenza. È l’assenza del ritorno. Chi sale su quel volo, per sopravvivere, sa di entrare in una zona grigia. Sa che il passaporto non avrà il timbro di uscita. Sa, o intuisce, che il sistema che lo lascia andare farà di tutto per considerare quella uscita definitiva.

Il Sudafrica, davanti a quei documenti privi di tracce formali, si trova con persone che a Gaza erano sotto controllo militare e a Johannesburg appaiono come migranti irregolari. Il diritto al ritorno viene eroso da questo “dettaglio” (che determina l’esistenza) burocratico. In quell’aereo c’è la versione aggiornata di una vecchia idea mai sopita che oggi chiamiamo sostituzione etnica e che ai tempi di Herzl si chiamava “trasferimento”. Questa sembrava e sembra la soluzione, oltre allo sterminio ovviamente. In altre parole il sogno sionista di svuotare la Palestina dei palestinesi senza che il mondo lo chiami deportazione. Herzl, all’alba del sionismo politico, scriveva che le popolazioni arabe più povere potevano essere spinte oltre i confini, private di occasioni di lavoro e, cito “allontanate con discrezione”. Ben Gurion, a fine anni trenta, parlava di “trasferimento” senza intravedere problemi morali in quella parola. La Nakba del 1948 ha trasformato questa teoria in prassi, costringendo centinaia di migliaia di persone alla fuga e impedendo loro il ritorno. Da allora i metodi sono via via cambiati, ma l’obiettivo resta stabile: ridurre il numero di palestinesi su quella terra, o almeno spingerli oltre il cerchio dello sguardo.Nel passaporto di quelle persone manca il timbro di uscita. Non risulta alcun varco legale dal territorio sotto controllo israeliano. Al loro arrivo in Sudafrica, le autorità vedono esseri umani senza uscita registrata, quindi migranti irregolari. La parola “rifugiato” resta nel limbo. Di fatto sono legalmente non-persone. Da fuori si tende a immaginare questi spostamenti come un male minore. C’è chi pensa: meglio fuggire dall’inferno di Gaza, meglio un alloggio di fortuna a Johannesburg che le tende sotto i droni. In questa frase si annida la giustificazione più comoda del trasferimento.

LA DEPORTAZIONE CONTEMPORANEA SI PRESENTA COME SALVATAGGIO. Il fatto che i palestinesi paghino di tasca propria il viaggio rende la scena ancora più crudele. Si chiede a persone assediate da due anni, impoverite da decenni di blocco, di finanziare la propria espulsione. Il debito si somma alla perdita.È lo stesso vocabolario usato negli anni sessanta e settanta, quando venivano aperti uffici per l’emigrazione nei campi profughi, con offerte di denaro in cambio della rinuncia a restare. Le condizioni di vita venivano rese insostenibili, e la porta verso l’estero appariva come via di salvezza. La libertà si trasformava in unica via di fuga da una prigione creata apposta. L’istituzione di uffici per l’“emigrazione” dentro un ministero della difesa svela il senso dell’operazione, ovvero una guerra demografica travestita da politica sociale. La popolazione indigena diventa un ostacolo statistico da ridurre, una falla dentro un progetto coloniale che immagina una terra svuotata o occupata da presenze o servili o espellibili a piacimento. L’uso di società ambigue con legami nascosti con governi e servizi, con siti appena nati e dirigenti introvabili, consente allo stato di fingersi distante, mentre in primo piano compare un marchio apparentemente neutro, dal volto umanitario. Sulla facciata c’è il privato che vende il biglietto; dietro, l’esercito decide chi attraversa il valico e chi resta sotto le bombe e, dato fondamentale, una volta pagato non è possibile cambiare idea. Dal lato palestinese la frase che ritorna nelle testimonianze non ha troppe sfumature, per loro restare equivale a resistere. Più che eroismo è un rifiuto ostinato dell’espulsione programmata. Due anni di genocidio hanno devastato città e corpi. Il desiderio di fuga si intensifica; la sopravvivenza segue l’istinto prima del calcolo politico. Da qui la decisione di salire su un aereo per Johannesburg: chi compie quel passo ha in mente la salvezza propria e dei figli, mentre il potere trasforma il gesto in tassello di una pulizia etnica pianificata.

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