L’eccidio di Schio (1945)

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L’eccidio di Schio (1945)

(articolo realizzato con il contributo dell’IA)

Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, oltre due mesi dopo la fine della guerra, un gruppo di ex partigiani della brigata garibaldina “Ateo Garemi”, confluiti nella Polizia Ausiliaria Partigiana, fece irruzione nel carcere mandamentale di Schio (Vicenza), all’epoca ubicato dove oggi sorge la Biblioteca Comunale. L’azione fu decisa dopo alcune riunioni segrete tra gli ex capi partigiani Igino Piva “Romero”, Gaetano Pegoraro “Nello” e l’ex fascista Ruggero Maltauro “Attila”, divenuto capo della stessa Polizia Ausiliaria Partigiana, mentre l’assalto materiale fu guidato sul campo da Valentino Bortoloso, nome di battaglia “Teppa”.

Gli assalitori, armati e mascherati, selezionarono sommariamente i detenuti e li mitragliarono. Quando l’ultimo mitra tacque, si presentò agli esecutori uno spettacolo orrendo: 40 uomini e 14 donne giacevano a terra in un lago di sangue — un totale di 54 vittime, secondo le fonti più diffuse. Tra loro non solo militanti della RSI, ma anche persone semplicemente sospettate di simpatie fasciste, molte delle quali dipendenti del Lanificio Rossi.

L’eccidio maturò in un clima di tensione sociale acuta: il 27 giugno era rientrato a Schio William Pierdicchi, unico sopravvissuto dei 14 antifascisti scledensi deportati a Mauthausen-Gusen e Dachau, ridotto a 38 chili, scatenando un forte moto di rabbia popolare. Il capitano alleato Chambers, responsabile dell’ordine cittadino, inasprì ulteriormente il clima annunciando che i detenuti privi di denunce formali entro cinque giorni sarebbero stati rilasciati — una prospettiva che molti scledensi vissero come un’ingiustizia intollerabile dopo mesi di occupazione nazifascista e rappresaglie (l’episodio era già stato preceduto da altri eccidi minori nella zona, come quello di Pedescala del maggio 1945).

Le indagini alleate identificarono quindici presunti responsabili: otto fuggirono in Jugoslavia prima dell’arresto, sette furono catturati. Il processo, tenuto davanti alla Corte militare alleata nell’autunno 1945, assolse due imputati e ne condannò cinque: tre a morte (pena poi commutata nel carcere a vita) e due all’ergastolo. Alcuni organizzatori latitanti, secondo la ricostruzione di Massimo Caprara (all’epoca segretario di Togliatti), furono aiutati dall’organizzazione del PCI a rifugiarsi a Praga dopo un incontro al Ministero di Grazia e Giustizia, allora guidato dallo stesso Togliatti.

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