Notizie “fumate” o fake news. Siamo in guerra ragazzi!

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Notizie “fumate” o fake news. Siamo in guerra ragazzi!

Giancarlo Selmi

Anche il presunto attentato alla base militare inglese se lo sono fumato. Anzi: più che fumarselo loro, è la notizia che si è fumata da sola. Non erano iraniani. Non erano russi, non erano bielorussi. Sono inglesi: magari bianchi, biondi e con gli occhi azzurri. Nei tre furgoni non c’erano armi. Non c’era esplosivo. Niente di incendiario, forse qualche tanica, desolatamente vuota. Pare volessero rubare gasolio. Qualche litro, qualche ettolitro, poco conta. Gasolio.

La notizia fumata arriva pochi giorni dopo un’altra notizia fumata: quella di un quotidiano spagnolo di destra su un inesistente rapporto della CIA che avvertiva di un “sicuro” lancio di droni contro Italia, Francia e Spagna. Da navi fantasma. Russe, naturalmente. Qualunque cosa voglia dire “navi fantasma”. E prima ancora: il drone contro Zelensky a centosessanta chilometri. L’attacco informatico all’aereo della Von der Leyen, mai avvenuto. I droni russi rivelatisi ucraini.

Un catalogo di non notizie, fake news, si dice adesso, che hanno occupato per giorni le prime pagine e decine di ore di trasmissioni televisive.

Non sfumate. Non ho dimenticato una “s”. Fumate. Fumo destinato a dissolversi dopo aver creato scompiglio. Perché il punto è questo: la smentita non fa rumore. Il fumo sì. Dopo il rapporto farlocco della CIA, smentito dalla CIA, il sempre più sveglio Macron ha convocato un “consiglio di guerra”, o qualcosa di affine. Le trasmissioni di Parenzo e della Panella si sono trasformate in gabinetti di guerra a tempo pieno. Gli invitati la pensano tutti allo stesso modo: il modo che vogliono i conduttori e, molto probabilmente, chi li paga. Il ragionamento unico che ne esce, avvolto nei sorrisi vellutati della Panella o nelle battutine un tanto al chilo di Parenzo, è sempre lo stesso: siamo in guerra, abituatevi, la guerra è necessaria.

Una strana versione del giornalismo: giornalisti che intervistano altri giornalisti. Su certi temi il confronto è serrato, le opinioni contrastanti. Su uno solo no. Su quello che evidentemente sta più a cuore, la guerra, il dissenso non è previsto. Si parla male degli assenti. Soprattutto di Conte, insultato in tutte le forme possibili, al quale viene attribuito un pensiero senza che abbia mai la possibilità di dire quale sia davvero il suo. Risolini inclusi. Ma quello che più mi indigna è il linguaggio. Sempre più sprezzante. Sempre più violento.

Io sono un pacifista convinto. È un’opinione. In quanto tale è legittima e degna di rispetto. Allora mi chiedo: perché una gonade malfunzionante che fa il giornalista, che esprime una sua opinione, legittima per carità, ma non più legittima della mia, con l’unica differenza di poterla dire in televisione, si permette il lusso di insultarmi chiamandomi “pacifinto”? Un’arroganza infinita. Degna di essere definita fascista. Vogliono abituarci all’ineluttabilità di una guerra già decisa. Guerra. In un Paese di vecchi, con pochissimi giovani, senza mezzi, senza presente, probabilmente senza futuro.

Si potrà in Italia pensarla in maniera differente da loro? Diversamente da Calenda, Guerini, Panella, Parenzo e dalle trombette sfiatate dei giornaloni delle élites senza essere insultati? Dovranno farsene una ragione. Diserteremo. E nella loro guerra ci andranno loro. A cominciare dai giornalisti e dai presunti riformisti senza riforme.

Viva la pace. Per sempre. Senza se e senza ma.

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