OPINIONI/PERCHÉ NON VOTO?

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OPINIONI/PERCHÉ NON VOTO?

Lavinia Marchetti

PERCHÉ NON VOTO?

Me lo avete chiesto in molti, a dire il vero con poco rispetto per una scelta piuttosto elaborata. Ma comprendo il fatto che fin da piccoli ci insegnano come un mantra che “il voto è un diritto e un dovere”, “meglio votare che lasciare il governo in mano ai fascisti”, “turiamoci il naso”, ecc. ecc. . La ragione non è il menefreghismo, e nemmeno la delusione del momento. È una convinzione antica, che affonda le radici nel pensiero libertario, e riguarda il cuore stesso della faccenda: la delega. Non votare non significa lavarsene le mani. Errico Malatesta, che di queste cose si intendeva, distingueva con nettezza l’astensione come indifferenza dall’astensione come lotta.

La prima è la pigrizia di chi se ne infischia, la seconda è la scelta di chi mette le proprie energie altrove, nel conflitto reale invece che nel suo simulacro. Io appartengo alla seconda schiera. Non voto perché la politica la pratico altrove, in un altro luogo e in un altro modo, tutti i giorni.Al fondo del mio rifiuto sta una diffidenza verso il principio di rappresentanza. Delegare vuol dire consegnare a un altro la propria porzione di potere, con la “speranza” che la usi nel mio interesse. Il rappresentante, però, appena eletto risponde al partito e ai poteri che lo tengono in piedi, e a me quasi più niente. Così funziona il “sistema”. Si obietta che il problema sono i rappresentanti corrotti, e che basterebbe eleggerne di onesti. Magari fosse così semplice. Perfino gli uomini più integri, una volta dentro il meccanismo, ne vengono assorbiti, perché il meccanismo ha una logica propria che non dipende dalle buone intenzioni.

Il potere delegato corrompe la delega ben prima ancora di corrompere la persona. Rousseau, che pure non era un anarchico, lo aveva capito due secoli e mezzo fa:”Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, esso torna schiavo, non è più niente”.

EH, MA LA “DEMOCRAZIA”…Come puoi rifiutare il voto, mi si dice, se il voto è la democrazia? In questa domanda si nasconde un equivoco storico grande come una casa. La democrazia che gli ateniesi inventarono non somigliava affatto alla nostra. Era diretta, i cittadini decidevano di persona nell’assemblea, e affidava quasi tutte le cariche pubbliche al sorteggio, non all’elezione.La ragione era ovvia, e la formulò Aristotele. Estrarre a sorte è democratico, eleggere è aristocratico, perché, in quel caso, l’elezione serve a scegliere i “migliori”, e la scelta dei migliori è il principio dell’aristocrazia, non quello dell’uguaglianza. Nella democrazia vera chiunque può governare ed essere governato a turno, e il sorteggio garantisce esattamente questo.

Lo storico David Van Reybrouck, nel suo «Contro le elezioni», ricostruisce come il voto sia nato, con le rivoluzioni del Settecento, per selezionare una nuova élite, e come solo più tardi sia stato ribattezzato democrazia. Chiama fondamentalismo elettorale il dogma per cui votare e decidere sarebbero la stessa cosa.Van Reybrouck descrive anche la nostra malattia, e la chiama “sindrome da stanchezza democratica”, l’entusiasmo per la democrazia che convive con la sfiducia totale verso le sue istituzioni. Quello che chiamiamo democrazia, insomma, è un sistema elettorale e rappresentativo, aristocratico nel congegno e democratico soltanto nel nome. Rifiutare quel congegno non significa rifiutare la democrazia. Significa prenderla sul serio nelle sue declinazioni.

I CAMBIAMENTI NON NASCONO DENTRO IL “SISTEMA”; SEMMAI IL SISTEMA SI ADEGUA ALLA PRESSIONE DEL FUORI

I grandi cambiamenti sociali non sono mai nati dentro i parlamenti. Sono nati fuori, nelle strade e nei luoghi di lavoro, e i parlamenti li hanno ratificati soltanto dopo, quando la forza sociale li aveva già imposti.La giornata di otto ore non l’ha regalata un deputato, l’hanno strappata gli scioperi, e il suffragio universale l’hanno conquistato le suffragette in galera e gli operai in piazza, non la bontà dei governi. I diritti civili sono arrivati dopo i boicottaggi e le marce, mai prima. Il parlamento, in queste storie, si presenta sempre per ultimo, con il timbro. La leva del cambiamento sta fuori dall’urna, e chi vuole cambiare le cose fa bene a cercarla lì.Si dice allora che le riforme, in fondo, passano dal parlamento, ed è vero. Passano però come la presa d’atto di un rapporto di forza deciso altrove. Camillo Berneri, che pagò con la vita la sua coerenza a Barcellona, additava lo Stato come la macchina che assorbe le energie del basso e le restituisce svuotate e addomesticate. Al suo posto immaginava una federazione di comunità che si autogovernano, dal basso verso l’alto, senza un vertice che decida per tutti. Non è un’astrazione da conferenza, è il principio che tiene in piedi una cooperativa o una cassa di mutuo soccorso.

FARE POLITICA IN PRIMA PERSONA

Se non delego, è perché la politica la faccio in prima persona, ed è una politica che chiede molto più di una crocetta. È la solidarietà concreta con chi resta indietro, e l’aiuto reciproco che tiene su un quartiere quando lo Stato lo abbandona. Chi vive dentro questa rete di rapporti non sente il bisogno di un rappresentante lontano, perché la sua parte di potere ce l’ha già in mano, e non intende cederla a nessuno.La crocetta che si mette una volta a legislatura, al confronto, è il gesto più comodo che ci sia. Non costa niente, e in cambio regala una sensazione preziosa, quella di essere a posto con la coscienza. Ho fatto il mio dovere, si pensa, e ci si può voltare dall’altra parte per un lustro intero. Quella coscienza pulita a buon mercato è proprio ciò che non voglio, perché mi sembra il vero modo di lavarsene le mani.

OBIEZIONI CLASSICHE. IL MENO PEGGIO E LE ALTRE PAURE

So già che cosa mi risponderete, perché me lo sento ripetere da anni con le stesse identiche parole. Sono sempre le stesse obiezioni, e nascono tutte dalla stessa radice: la paura travestita da buonsenso.

– La prima suona così: il sistema adesso è questo, e conviene stare alle regole del gioco che c’è. È la più subdola, perché si limita a constatare. Descrivere una cosa, però, non la rende giusta. Anche la monarchia assoluta era il sistema che c’era, e pareva solida come il cielo sopra la testa, finché una mattina non lo fu più. La schiavitù è stata la normalità per secoli, finché un pugno di persone si è rifiutato di chiamarla “normale”. Il sistema è questo non è un argomento, è la prima obbedienza, quella che il potere sogna di sentirsi dire dai governati. La trovo la più pigra fra tutte le rese.

– La seconda obiezione è la più nobile in apparenza, e la più efficace nel tenerci in riga. Si può dire, in tal senso che le opposizioni nascono per imbrigliare il dissenso. Votiamo il meno peggio, mi dite, o ci ritroveremo i fascisti al governo. La paura la capisco, e non la discuto. La vedo e la denuncio la deriva autoritaria, ma la vedevo anche quando a governare erano i “nostri”. Guardiamo come lavora questo ricatto. Il meno peggio ti sa già in pugno, perché sa che temi troppo l’altro per lasciarlo, e un voto che non ha nessun altro posto dove andare è un voto che si incassa senza meritarlo. Così, elezione dopo elezione, il meno peggio scivola verso il peggio con tutto comodo, sicuro che la tua paura gli starà dietro. Questo è il PD. Può fare le peggio aberrazioni, ma tanto gli altri “sono peggio”, quindi ci votano comunque.

Il fascismo non entra quasi mai dalla porta principale, in camicia nera e passo dell’oca. Entra perché il meno peggio, una volta al governo, delude e obbedisce, e abbandona sul terreno una massa di persone tradite, pronte a dare ascolto a chiunque prometta di rovesciare il tavolo. Il centro che governa come la destra non è la diga contro l’estrema destra, ne è il vivaio. Se guardo alla storia, il fascismo serio, non l’hanno mai fermato le schede, l’hanno fermato le organizzazioni operaie e la gente che si difendeva insieme. L’antifascismo è un fatto sociale, non una casella da barrare di tanto in tanto.

– La terza obiezione mi vuole in colpa, chi non vota consegna il governo agli altri. La respingo. Consegnare il potere è precisamente ciò che fa chi vota, e non chi si astiene, è l’elettore a depositare la propria parte di sovranità nelle mani di un altro per un’intera legislatura. Io quella parte me la tengo, e la spendo di persona, giorno per giorno. Il vero delegante è chi mi rimprovera, non io.

– Restano le due obiezioni più solenni. Mi si ricorda che per il voto è morta della gente, ed è sacrosanto. Quella gente, però, è morta per il diritto di decidere della propria vita, e quel diritto è molto più grande di una scheda da imbucare una volta a legislatura, lo si onora continuando la lotta dal basso, non affidandola a chi la spegne. Mi si avverte poi che senza rappresentanti verrebbe il caos, e osservo che il caos ce l’abbiamo già adesso, con i rappresentanti al loro posto. Le alternative esistono, dal sorteggio degli antichi alle assemblee di cittadini di oggi, alla solidarietà, all’autorganizzazione, e aspettano soltanto che la finiamo di considerare eterno un sistema che porta appena due secoli sulle spalle.

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