Alfredo Facchini
C’è un filone maleodorante che torna con regolarità svizzera nel dibattito politico nazionale. Rimproverare chi scende in piazza perché lo fa solo per le cause sbagliate. Vedi Gaza …
Prima si demonizza una mobilitazione reale, viva, numerosa. Poi si impartisce la lezione: avreste dovuto manifestare per altro. Non per quello che avete scelto voi, no. Per quello che scegliamo noi, seduti comodi, microfono acceso, zero calli ai piedi.
A sollevare il problema non è mai qualcuno che stia preparando un pullman, una piazza, un volantino. No: fascisti, sepolcri imbiancati, editorialisti, direttori, corsivisti seriali, habitué dei talk show. Gente che vive di opinioni e che, quando ha provato a trasformarle in presenza fisica, ha scoperto che otto persone non fanno una manifestazione. Fanno un tavolo da aperitivo. Calenda docet.
C’è poi una parte della sinistra che guarda all’Iran con lenti appannate dal Novecento. Vede solo blocchi contrapposti, bandiere piantate sulla mappa. In quel disegno rigido, se un regime sfida Washington o Tel Aviv diventa automaticamente difendibile. Tutto il resto sparisce: la società, i corpi, le vite.Le rivolte interne non vengono lette come conflitti reali, ma come interferenze esterne. CIA & Sionismo. Che intendiamoci ci sono anche quelle. Eccome. Ma la piazza è solo pedina e mai soggetto. Milioni di giovani, di donne, di lavoratori non possono ribellarsi da sé: qualcuno deve averli spinti. Così in nome dell’anti-imperialismo si chiudono gli occhi su un ordine teocratico che disciplina e punisce il dissenso.
La mia formazione politica anti-imperialista, anticoloniale e antiautoritaria mi porta invece a stare sempre dalla parte dei popoli che lottano contro disuguaglianze e ingiustizie. Accanto a chi vive sotto il dominio di élite ristrette, di apparati repressivi, di poteri che si legittimano con la forza, l’inganno e la paura. Praticamente accanto – senza gerarchie di dolore né doppi standard – ad almeno 190 popoli sul pianeta Terra.All’estremo opposto c’è chi invoca i bombardieri come portatori di libertà. Il popolo iraniano viene riconosciuto come desideroso di emancipazione, ma giudicato incapace di ottenerla con le proprie forze. Serve un liberatore esterno, armato. Guarda un po’ amerikano.Per questa sudicia retorica, rivestita malamente di valori liberal-democratici, il diritto internazionale viene piegato, svuotato, aggirato. L’aggressione a un Stato sovrano si trasforma in missione morale. Una truffa ideologica.
Ultimo spunto, rivolto ai non violenti pacifisti di casa nostra. Persone sincere, ammirevoli, ma attraversate da una contraddizione che merita di essere guardata in faccia. Gli stessi che, nel nome della pace, non hanno mai speso una parola a favore della Resistenza armata palestinese. Mai. Neppure quando l’asimmetria di forze in campo rendeva la nonviolenza solo un gesto simbolico, non una strategia praticabile.Eppure oggi quegli stessi ambienti invocano la rivolta in Iran. La pretendono, la sollecitano, la celebrano. Come se una sollevazione potesse restare pura, disarmata, indenne. Come se la storia non insegnasse che ogni rivolta reale, quando diventa tale, incontra lo scontro e il conflitto.
Perché questa differenza di sguardo? Come funziona? Attendo fiducioso.

