da Don Chisciotte e i Tre Giganti
Galimberti mette il dito dentro una ferita del nostro tempo: abbiamo smesso di dire «no». E quando leggo queste parole non posso rifugiarmi nella posizione comoda dell’insegnante che osserva e giudica le famiglie degli altri. Perché al mattino entro in classe da insegnante, ma quando torno a casa sono il padre di due bambine. Conosco ciò che accade davanti ai banchi, ma anche quello che si muove attorno al tavolo di una famiglia.
Da insegnante vedo ragazzi che faticano ad accettare un limite, un richiamo, una regola, perfino il «no» di un compagno. Alcuni vivono ogni contrarietà come un’ingiustizia e ogni frustrazione come un’umiliazione. Non perché siano cattivi o perduti, ma perché nessuno nasce sapendo che 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝘁𝘁𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲. È qualcosa che si impara lentamente, incontrando adulti capaci di offrire affetto, ascolto e anche confini.
Da padre conosco la fatica quotidiana dell’educare. Ma a casa non sono solo: con la mamma delle mie figlie 𝗿𝗲𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗮 𝗱𝗶𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. Non rivendichiamo la perfezione, ma cerchiamo una rotta comune. Quando le bambine guardano dei cartoni, spesso scegliamo quelli in russo: non sono uno schermo con cui compriamo qualche minuto di pace, ma storie molto educative, una lingua da imparare, la lingua della loro mamma e di una parte della loro famiglia. Anche uno schermo può avere un senso, se dietro c’è ancora un adulto che sceglie e non un adulto che si arrende.
Il problema, infatti, non è contare matematicamente i «sì» e i «no». Educare non significa dosarli con il bilancino. Il problema nasce quando il «sì» smette di essere una scelta e diventa 𝗹’𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗮 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲. Ci sono genitori che non alternano accoglienza e limite: hanno semplicemente cancellato il limite. Il bambino protesta? Si cambia decisione. Insiste? Si ricomincia a trattare. Alza la voce? Alla fine ottiene. E così impara presto una lezione pericolosa: non che il dialogo è importante, ma che ogni decisione adulta può essere rovesciata insistendo abbastanza.
Non sono stati i bambini a conquistare improvvisamente il potere. 𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗻𝗼𝗶 𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗶 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗿𝗴𝗹𝗶𝗲𝗹𝗼. Li abbiamo promossi da figli a piccoli sovrani, caricandoli di una responsabilità che non possono ancora sostenere. Perché un bambino lasciato libero di decidere tutto non diventa più autonomo: spesso diventa più fragile, più inquieto e più dipendente dal proprio desiderio immediato.
Abbiamo cominciato a chiamare «trauma» qualsiasi frustrazione. Ma un bambino che piange davanti a un «no» non è necessariamente un bambino ferito: qualche volta è semplicemente un bambino contrariato. E la contrarietà non è una malattia dalla quale salvarlo. È una parte della crescita. Se eliminiamo ogni attesa, ogni rinuncia e ogni conseguenza, non gli stiamo evitando la sofferenza: lo stiamo mandando incontro alla vita 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗮𝗳𝗳𝗿𝗼𝗻𝘁𝗮𝗿𝗹𝗮.
La vita, infatti, presenterà i suoi «no»: un’amicizia che finisce, un esame andato male, una persona che non ricambia, un desiderio impossibile, una regola che non si può aggirare. E quel limite mai incontrato dentro una casa arriverà dall’esterno. Soltanto che il mondo, a differenza di un padre e di una madre, 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗹𝗼 𝗱𝗶𝗿à 𝗰𝗼𝗻 𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲.
Nel frattempo, mentre la famiglia rinuncia al proprio compito, qualcun altro occupa immediatamente lo spazio lasciato libero. I social non esitano e non si sentono in colpa. Insegnano che tutto deve essere mostrato, che la reazione vale più della riflessione, che chi urla esiste e chi umilia conquista attenzione. L’algoritmo non educa all’attesa: premia l’impulso. Non insegna che l’altro è una persona: lo trasforma in pubblico, avversario o bersaglio.
Questo non significa rimpiangere il padre padrone o invocare un’autorità che pretende obbedienza cieca. C’è una differenza enorme tra un «no» gridato per dominare e un «no» pronunciato con calma, spiegato e poi mantenuto. 𝗔𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶𝘀𝗺𝗼. Significa indicare una direzione, assumersi la responsabilità di una scelta e restare presenti anche quando nostro figlio, per qualche ora, ci guarderà con rabbia.
Scrivo queste parole senza salire su alcun pulpito. Sono un insegnante che vede a scuola le conseguenze delle rinunce educative degli adulti, ma sono anche un padre che conosce la fatica di mantenere una regola. So però che i nostri figli non hanno bisogno di genitori infallibili, né di amici sempre pronti a compiacerli. Hanno bisogno di un padre e di una madre capaci di remare insieme, di amarli abbastanza da sopportare anche la loro momentanea disapprovazione e di pronunciare un «no» quando quel «no» è, in realtà, 𝘂𝗻 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 «𝘀ì» 𝗮𝗹 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶.
Don Chisciotte

