Manuel M Buccarella
Il referendum sulla giustizia si è concluso, un po’ inaspettatamente, con la vittoria netta del No (53,2%). Alta l’affluenza alle urne, pari quasi al 60%.
Con il referendum si chiedeva, con l’abrogazione di ben sette articoli della Costituzione, la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici penali, la separazione del Consiglio Superiore della Magistratura in due distinti CSM, uno per i pm, l’altro per i giudici, con relative competenze disciplinari, e la creazione di un’Alta Corte Disciplinare, in verità competente per illeciti disciplinari meno gravi. Al centro, inoltre, il discusso sistema di estrazione a sorte dei componenti dei rispettivi organismi, con l’intento di neutralizzare il potere delle correnti della magistratura.
La vittoria del fronte del No ha avuto effetti immediati sul governo ed in particolare proprio sul ministero della giustizia, con le dimissioni del sottosegretario Andrea Del mastro e del capo di gabinetto Giusy Bartolozzi.
La giustizia italiana non è perfetta
La giustizia italiana non è tuttavia perfetta. Non lo è quella penale come non lo è quella civile. Non è facile trovare un’alternativa all’attuale funzionamento del Csm, in particolare per quel che concerne le nomine dei procuratori capo dei principali tribunali, ove spesso si assiste ad una “concertazione” tra correnti della magistratura e forze politiche, ma il meccanismo del sorteggio, per altro con modalità “afflittive” nei confronti dei membri togati, non sembra essere il migliore. Certo separare le carriere, con l’incombenza del controllo dell’esecutivo sull’attività dei pubblici ministeri, come accade nella maggior parte dei Paesi dove vige la separazione, non serve a risolvere i problemi della giustizia penale italiana né servirebbe ad attribuirle maggiore autorevolezza e affidabilità, anzi.
A mio parere andrebbe invece rafforzata , con legge ordinaria dello Stato, la responsabilità civile dei magistrati. La responsabilità civile dei magistrati in Italia (L. 117/1988, modificata dalla L. 18/2015) prevede che i magistrati rispondano per danni derivanti da dolo, colpa grave o diniego di giustizia. Il cittadino danneggiato agisce contro lo Stato (responsabilità indiretta), che può rivalersi sul magistrato fino alla metà di una annualità di stipendio, limite che decade in caso di dolo. Prima di esercitare l’azione di risarcimento devono essere stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o i rimedi previsti contro i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque non deve essere più possible l modifica o la revoca del provvedimento, e deve essersi esaurito il grado del procedimento nell’ambito del quale si è verificato il fatto che ha cagionato il danno.
In termini economici la responsabilità del “magistrato che sbaglia” è troppo modesta. Come per altri professionisti pubblici ufficiali, come i medici, sarebbe opportuno che i magistrati rispondano più intensamente, sottoscrivendo adeguate polizze assicurative, semmai con una partecipazione nel pagamento del premio da parte dello Stato. Il caso del dolo, ovviamente, non può che esporre a piena responsabilità patrimoniale.
Il processo civile
Ci si occupa raramente, a livello di opinione pubblica, dei tanti problemi che assillano i processi civili, lunghi nella durata e numerosi. La maggior parte di essi superano i quattro anni, creando condizioni di insicurezza nei “traffici giuridici”. Responsabilità da attribuire sia ad avvocati che a magistrati, anche per carenze di organico. Tentativi se ne sono fatti, sia con la legge Pinto sull’equo processo, non molto efficace, che con la graduale apertura a forme alternative di composizione dei conflitti, come la conciliazione, arbitrati e mediazioni.
Come noto, le eccessive lungaggini nella durata dei processi civili costituirebbe un freno agli investimenti stranieri in Italia.
