Manuel M Buccarella
Come noto da ormai quasi un anno la Banca Centrale Europea sta cercando, con tecnica usuale, di affrontare il vorticoso aumento dell’Inflazione nell’Eurozona con costanti e graduali aumenti dei tassi di interesse, per 25 punti base alla volta. L’ultimo aumento, in vigore da oggi 2 agosto, ha portato il tasso di riferimento al 4,25% dal 4%.
In buona sostanza i banchieri centrali intervengono sui tassi di interesse per rendere più cari i finanziamenti e costringere imprese e consumatori a concentrare la propria spesa proprio per pagare le rate dei finanziamenti. Di conseguenza la quota di denaro disponibile per i consumi si ridurrà. Si attiverà dunque un fenomeno recessivo con riduzione della domanda rispetto all’offerta per cui pian piano l’inflazione dovrebbe calare.
Le dinamiche illustrate vanno però a colpire soprattutto i ceti medio – bassi, per i quali l’inflazione rappresenta una “tassa occulta”.
“L’evidenza scientifica mostra che in generale i banchieri centrali non sono in grado di governare l’inflazione. Quando il banchiere centrale aumenta i tassi d’interesse la sua priorità è un’altra: compensare i creditori delle perdite subite a causa dell’inflazione. E’ una specie di ‘scala mobile’ per i capitalisti: loro ce l’hanno, i lavoratori no. I meccanismi per contenere l’inflazione sono altri. A partire dalla questione della guerra. Finché c’è la guerra, le tendenze al rialzo dei costi e dei prezzi perdurano” (l’economista Emiliano Brancaccio intervistato su Rai Radio Uno).
Per altro per molte aziende il tasso d’interesse è un vero e proprio costo, e quindi un suo aumento può addirittura tradursi non in una riduzione ma in un incremento dei prezzi. “C’è pure chi ritiene – dice sempre Brancaccio – che l’aumento del tasso d’interesse reprime gli acquisti di beni d’investimento e per questa via dovrebbe aiutare a ridurre la domanda di merci e l’inflazione. Ma i dati indicano che un tale effetto restrittivo avviene solo con aumenti spaventosi del costo del denaro. L’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, ha ammesso che per ottenere un’evidenza statistica del legame inverso tra queste due grandezze bisogna sfoggiare una certa dose di “ingegno econometrico”. Un modo elegante per dire che bisogna un po’ “torturare” i dati” (L’aumento dei tassi di interesse? Non serve a ridurre l’inflazione di Emiliano Brancaccio 18/01/2023, su Money.it, https://www.money.it/laumento-dei-tassi-dinteresse-non-serve-a-ridurre-linflazione).
Anche secondo Andrea Boitani la politica monetaria della banca centrale è del tutto insufficiente. Secondo l’autore buona parte dell’inflazione discende dall’aumento del costo dell’energia ed in secondo luogo della spesa alimentare, che colpisce maggiormente i ceti più deboli. La ricetta principale sarebbe dunque quella di incentivare la transizione ecologica verso la produzione di energia green, riducendo in questo modo alla radice una fondamentale fonte di aumento dei prezzi. Le fonti rinnovabili non fossili costano molto di meno. Ciò determinerebbe un effetto domino su gran parte dell’economia, ma anche in questo caso ci vuole del tempo. Boitani poi per la riduzione del costo del gas invoca la creazione di un cartello per l’acquisto e l’applicazione di un price cap, argomento ormai superato (Andrea Boitani, Più strumenti per fermare l’inflazione, in “Etica economia”, 30/11/2022, https://eticaeconomia.it/piu-strumenti-per-affrontare-linflazione/).
È evidente poi che andrebbero colpiti gli extraprofitti, che il governo Meloni non ha voluto fare. Le autorità dovrebbero inoltre prodigarsi nella prevenzione e repressione della speculazione, così diffusa nelle dinamiche di formazione dei prezzi.
