Lavinia Marchetti
Acque internazionali al largo di Cipro, 18 maggio 2026, ore 9:31 italiane. La barca Cactus segnala alle altre imbarcazioni della Global Sumud Flotilla di essere stata intercettata dalla marina israeliana. L’operazione si chiude oltre trentaquattro ore dopo, alle 19:51 del 19 maggio, con l’abbordaggio dell’ultima delle cinquantadue imbarcazioni, la Lina Al-Nabulsi, intitolata alla ragazza palestinese di diciassette anni uccisa dalle forze israeliane nei pressi di Jenin nel 2022. L’attacco vede al lavoro barche militari, la nave missilistica Shayetet 3 insieme alle forze speciali Shayetet 13, supportate dalla porta anfibi INS Nahshon impiegata come nave prigione, da gommoni d’assalto e da droni armati. Uno scenario di guerra.
I sequestrati sono oltre quattrocento, provenienti da più di quaranta paesi. Ventinove portano passaporto italiano, tre risiedono in Italia. A bordo dei velieri viaggiano il deputato Dario Carotenuto del Movimento 5 Stelle e l’inviato del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, prelevato in mare con il resto dell’equipaggio della Kasr-i Sadabad. Tra i prigionieri figurano anche Margaret Connolly, sorella della presidente irlandese Catherine Connolly, e l’ex consigliera di Firenze Antonella Bundu.
Alle 17:28 italiane del 19 maggio un’unità militare israeliana entra in collisione frontale con il veliero Sirius. La manovra avviene mentre l’equipaggio è visibile sul ponte. Le imbarcazioni italiane Girolama ed Elengi vengono prese di mira con armi da fuoco. Una domanda corre sulla Girolama, registrata dai telefoni degli attivisti e trasmessa dal sito del Fatto: «Siamo disarmati, perché sparate?». I militari israeliani, mentre la domanda viene posta, «continuano a puntare i fucili a pompa e a premere il grilletto». Le ricostruzioni indicano l’uso di munizioni Paint Bullets, più offensive dei proiettili di gomma. Le barche raggiunte da fuoco sono almeno sei, due secondo l’ammissione del ministero degli Esteri israeliano.
Una domanda sola ai signori (niente femminile per rispetto del presidente del consiglio) del “governo”. Una domanda così elementare che anche il più sbadato degli studenti del primo anno di Diritto internazionale saprebbe formularla. —— Quando uno Stato straniero apre il fuoco contro cittadini italiani in acque internazionali, cosa fa la Repubblica?————Il diritto internazionale è cristallino. L’articolo 87 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare riconosce a tutti gli Stati la libertà dell’alto mare (Cfr. United Nations Convention on the Law of the Sea, Montego Bay, 10 dicembre 1982, art. 87). L’articolo 88 riserva l’alto mare a fini pacifici (Ibid., art. 88). Il principio risale alla codificazione di Ugo Grozio, che fondò la libertà di navigazione sull’inappropriabilità del mare aperto, destinato per natura all’uso comune dei popoli (Cfr. H. Grotius, Mare liberum, Elzevir, Leida, 1609, cap. V). Aggredire civili in quel tratto di mare significa violare il fondamento del diritto internazionale moderno. Quando i civili colpiti hanno cittadinanza italiana, alla Repubblica sorge un obbligo specifico, la protezione diplomatica, codificato dal 1924 nella sentenza Mavrommatis, dove la Corte Permanente di Giustizia Internazionale stabilì che lo Stato esercita un diritto proprio quando difende il cittadino offeso all’estero (Cfr. Mavrommatis Palestine Concessions, Greece v. United Kingdom, sentenza della Corte permanente di Giustizia Internazionale del 30 agosto 1924, serie A, n. 2, p. 12).Il Presidente Meloni e la Repubblica tutta hanno taciuto e il presidente ha taciuto in prima persona. La motivazione del silenzio risulta uno scambio commerciale travestito da diplomazia. Il governo lavora «sotto traccia», secondo le fonti di Palazzo Chigi, per ottenere che i ventinove italiani siano espulsi entro ventiquattro ore dall’arrivo ad Ashdod ed evitino il carcere di Ketziot (chissà come mai, si teme il carcere della più grande democrazia del creato…).
Lo strumento legale è una modifica del marzo 2026 alla legge israeliana sull’ingresso, che accelera le deportazioni dei partecipanti alle Flotille a Gaza, qualificati come immigrati illegali e deportabili in ventiquattro ore.
Domanda al Ministro Tajani, che presiede la Farnesina. La sua dichiarazione del 19 maggio recita testualmente: «Israele rispetti le regole del diritto internazionale. Stiamo seguendo la vicenda con le nostre ambasciate a Tel Aviv e a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo che i nostri cittadini vengano tutelati e liberati prima possibile».
Sul diritto internazionale lei aveva già detto pubblicamente che «conta fino a un certo punto». La sera del 20 maggio lei ha incaricato l’ambasciatore Luca Ferrari di «svolgere un ulteriore passo formale con le Autorità israeliane» perché «a tutti i cittadini italiani partecipanti alla Flotilla siano assicurati un trattamento dignitoso, piena protezione e garanzia d’incolumità». Chiamarla protezione diplomatica sembra una barzelletta. Se qualsiasi altro stato avesse fatto ciò che ha fatto Israele, lei starebbe minacciando guerra e sanzioni. Perché con Israele non può farlo? Ce lo spieghi.
Domanda al Ministro Crosetto, lei vigila sulla Difesa nazionale. La Marina italiana, a differenza della missione di settembre, questa volta non ha inviato alcuna nave di scorta alla Flotilla. Il dispositivo militare di un alleato della Nato ha aperto il fuoco su natanti civili battenti bandiera italiana in acque internazionali e la catena di comando italiana ha registrato l’evento senza reazione visibile. Il deputato democratico Arturo Scotto, già imbarcato sulla Flotilla di settembre, lo dice con chiarezza disarmante: «Stanno colpendo la sovranità italiana. Chi si dice sovranista batta finalmente un colpo». Perché non batte alcun colpo?
Il contrappunto europeo è impietoso. Madrid ha convocato immediatamente la rappresentante diplomatica israeliana Dana Erlich, protestando contro «un’intercettazione illegale». Il governo italiano, insieme a quello tedesco, ha invece posto il veto alle sanzioni europee contro Israele in sede di Consiglio. Andrea Fabozzi sintetizza la condizione che ne discende con molta efficacia: «La ripetitività con la quale le truppe di assalto della marina israeliana calpestano leggi e persone e regolano i loro conti ormai in tutto il Mediterraneo senza nemmeno nascondersi è il frutto naturale del privilegio dell’impunità» (Cfr. A. Fabozzi, Il circolo vizioso del crimine e dell’impunità, in il manifesto, 19 maggio 2026, pp. 1 e 3). L’impunità israeliana si costruisce nei silenzi degli alleati e si consolida nei veti europei. Roma e Berlino siedono al tavolo del Consiglio e tengono ferma la mano contro chi vorrebbe sanzionare Tel Aviv.La madre di un sequestrato dell’equipaggio della Cactus, citata dal Fatto, riassume tutto in quattro parole: «Abbiamo bisogno e il nostro Paese non ci aiuta. Sono sconcertata» (Cfr. W. Marra, F. Sansa, op. cit., p. 3). Quel giudizio politico, da lunedì 18 maggio, viene pronunciato in oltre trenta piazze italiane in solidarietà con la Flotilla (Cfr. G. Santoro, B. Caramelli, Riecco gli equipaggi di terra. Subito piazze solidali in tutta Italia, in il manifesto, 19 maggio 2026, p. 2).
La domanda facile facile resta quindi sospesa al “Israele vi ricatta? Se sì strizzate gli occhi due volte”. Se la Repubblica tace mentre droni israeliani sparano Paint Bullets contro cittadini italiani disarmati in acque internazionali, dobbiamo aspettare una ecatombe per sentire qualche parola? Ah ma è più facile parlare se uno con la pelle non del tutto bianca impazzisce e tenta la strage? Eh sì…meglio cavalcare il razzismo che mostrare una penosa e patetica perdita totale di sovranità. Più facile prendersela con gli ultimi che con i primi. Capisco.
Quanto deve costare alla dignità della Nazione il silenzio scambiato per una procedura accelerata di espulsione?
