Da Don Chisciotte – Forse un giorno non ci verrà chiesto soltanto che cosa sapevamo.Ci verrà chiesto anche quando abbiamo deciso che saperlo non bastava più per disturbarci.
A Venezia è arrivato NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei registi israeliani già premiati con l’Oscar per No Other Land. È stato accolto con circa 25 minuti di applausi alla proiezione ufficiale.Venticinque minuti.Curioso destino della nostra epoca: abbiamo bisogno di entrare in una sala cinematografica, spegnere le luci e sederci su una poltrona perché certe parole riescano finalmente a fare il rumore che fuori dalla sala non fanno più.
Il film raccoglie le testimonianze anonime di 24 uomini dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana. Ufficiali, soldati, personale coinvolto nei sistemi di sorveglianza e selezione degli obiettivi a Gaza. Volti nascosti. Voci alterate. Tel Aviv illuminata alle loro spalle.Gaza, sessanta chilometri più in là, appartiene praticamente a un altro pianeta.E forse è proprio questa una delle immagini più terribili.
Naza è un acronimo utilizzato nell’apparato militare israeliano per indicare il numero previsto di civili che potrebbero morire in un attacco aereo. Non una parola gridata da un manifestante. Non uno slogan scritto sopra un cartello. Una voce del lessico operativo. (La Biennale di Venezia). E improvvisamente anche la morte dispone del suo foglio Excel.
Secondo le testimonianze raccolte nel documentario, gli uomini descrivono sistemi di sorveglianza capillare, telefoni monitorati, abitazioni associate agli obiettivi e bombardamenti autorizzati sapendo che all’interno degli edifici si trovavano anche familiari e altri civili. Altri raccontano degli ordini nelle cosiddette zone proibite e delle persone colpite nei pressi dei punti di distribuzione degli aiuti. Sono testimonianze contenute nel film, in parte collegate a precedenti inchieste di The Guardian, +972 Magazine e Local Call. (Reuters)
Qui finisce persino il sarcasmo.Perché il punto più impressionante di NAZA non è che qualcuno dall’esterno accusi Israele.È che sono israeliani a parlare di ciò che hanno visto e di ciò a cui hanno partecipato.Uno degli intervistati arriva a pronunciare una domanda che dovrebbe perseguitare qualunque essere umano capace ancora di distinguere la memoria dalla propaganda: se abbiamo imparato a riconoscere il male quando appartiene alla storia, siamo altrettanto capaci di riconoscerlo quando accade sotto i nostri occhi?E alla domanda se ciò che ha visto possa essere definito genocidio, un testimone risponde di sì.È la sua valutazione. Non una sentenza che chiude il dibattito giuridico internazionale. Ma proprio per questo pesa: viene dall’interno dell’apparato che il documentario racconta. (Vulture)
A Venezia si sono alzate bandiere palestinesi. La sala è rimasta in piedi. Gli applausi sono proseguiti per circa venticinque minuti.Mi auguro soltanto che non diventino venticinque minuti di coscienza concessi in affitto, prima di tornare a casa, aprire il telefono, scorrere altre dieci tragedie e domandarsi che cosa ci sia stasera su Netflix.Perché il problema non è più poter dire:«Non sapevamo».Questa frase sta diventando ogni giorno più difficile da pronunciare.Resta un’altra domanda, molto meno comoda:sapevamo. E poi?Che una coscienza riesca ancora a gridare, perfino da un tetto di Tel Aviv e con la voce deformata per paura di essere riconosciuta, è almeno un barlume.Piccolo.Ma in questa oscurità me lo tengo stretto.
Fonti: Reuters; Associated Press; The Guardian; Biennale di Venezia; ANSA; +972 Magazine / Local Call.

