Lavinia Marchetti
Carta bianca, 16 settembre. Enzo Iacchetti pronuncia il numero dei bambini caduti a Gaza (20.000, ne ha tolti molti). Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici d’Israele, replica con il tono di voce fermo di chi crede di pronunciare un’ovvietà: «Definisca bambini».
Un attimo di incredulità che interrompe il fiato. Sospensione della pietà. Ecco contro chi stiamo lottando. Lo ricordate l’ambasciatore Dror Eydar nel 2023? “per noi c’è uno scopo: distruggere Gaza, distruggere questo male assoluto”.
Mizrahi trasforma l’infanzia in unità contabile, la nega, cancella il volto e lo sostituisce con un artificio sterile. Mizrahi resta rigido. Giacca stirata, cravatta serrata, pupille fisse. La calma che ostenta appare come maschera, ma anche come compiacimento. La psichiatria forense conosce questo atteggiamento e lo descrive con la nozione di “disimpegno morale” elaborata da Bandura: la ricodifica dell’atto lesivo in linguaggio burocratico e strumentale, con esclusione deliberata dell’empatia e priorità assegnata a criteri di efficienza; esempio: «bambini» trasformati in «unità civili» conteggiate nelle tabelle di danno collaterale. In pratica il male viene tradotto in procedure: la compassione cede al bilancio, la vita diventa cifra, l’infanzia diventa voce di un elenco.
Lifton, psichiatra americano autore di ‘The Nazi Doctors’, osservando i medici nazisti parlava di scissione della coscienza: un sé immerso nella macchina della strage, un altro intento a conservare la propria rispettabilità borghese. Nei suoi studi portava esempi concreti: chirurghi che di giorno selezionavano i prigionieri per le camere a gas e la sera scrivevano lettere affettuose alle famiglie, medici che praticavano esperimenti letali e al contempo discutevano di letteratura classica. Questa duplicità diventava meccanismo di sopravvivenza psichica e insieme strumento di efficienza omicida. La frase «Definisca bambini» nasce da questa lacerazione. Una metà della mente che annienta, l’altra che offre un sorriso compunto alle telecamere.
Occhi freddi, barrati. Fanno paura? Sì, perché quello è lo sguardo da psicopatico che vuole convincere di essere nel giusto l’interlocutore. Chi ha visto i filmati dal campo di concentramento di Bergen-Belsen ricorda i soldati inglesi costretti a contare cadaveri ridotti a ossa, e i tedeschi che fino al giorno prima parlavano di “pezzi” con la compostezza di un inventario. Nelle trascrizioni processuali di Norimberga si legge: «Der Transport bestand aus 700 Stück». Una riga che parla di esseri umani come di merce da stiva. Nei verbali del Rwanda del 1994 le voci dei miliziani che chiamavano “scarafaggi” gli Tutsi non c’era mai esitazione, ma una freddezza da mercato del bestiame. Nel tribunale di Gerusalemme Eichmann rispondeva con tono neutro, dichiarando: «Io mi limitavo a eseguire la soluzione finale». Ogni parola riduceva la strage a pratica burocratica. La stessa tessitura lessicale torna nello studio televisivo, camuffata da precisione semantica, ma lui veramente non crede che i bambini palestinesi siano “bambini” e così la stragrande maggioranza degli israeliani, educati a questo sentire (vedi il mio post sui libri scolastici israeliani).
Questa postura non rimane confinata a un individuo. Si ritrova nelle dichiarazioni di ministri israeliani, nelle parole di sostenitori e opinionisti, nella retorica che percorre larghi settori della popolazione ebraica dentro e fuori Israele, ma anche in giornalisti nostrani, un Vespa, un Mieli, un Galli della Loggia, ecc non sono diversi, solo più furbi. Non direbbero “definisca bambini”, direbbero “Sì, è una tragedia, ma….” in quel ma c’è il “definisca bambini”. Quindi Gaza appare come territorio senza infanzia, spazio da bonificare, teatro di guerra da purgare. L’affermazione di Mizrahi rimbalza in decine di discorsi che ripetono con ossessione: nessun bambino, nessuna vittima, nessun colpevole. Il male prende forma in questo modo. Cancella, e al tempo stesso trae piacere dall’atto di cancellare.Il nome resta l’ultimo baluardo. Dire bambino significa restituire carne e sguardo a ciò che la formula cerca di dissolvere, se fossero bambini si chiederebbero: “Oh mio Dio che stiamo facendo”. Con “definisca bambino” la domanda del “cosa stiamo facendo” non ha senso, è ovvio che ci stiamo difendendo.
Quel neonato tra 15 anni vorrà ammazzarci. È un gesto politico e clinico insieme: preservare l’infanzia dall’annullamento semantico equivale a sottrarla alla fossa che quella calma compiaciuta vorrebbe scavare.
