Lettera aperta del padre di un ragazzino con disabilità a Giorgia Meloni. Le assenze dello Stato italiano

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Lettera aperta del padre di un ragazzino con disabilità a Giorgia Meloni. Le assenze dello Stato italiano

Giancarlo Selmi è il padre di Giulio, un ragazzino di dodici anni affetto da una grave e rara malattia cognitiva che gli impedisce di parlare. Recentemente ha subito, dopo sette anni, un nuovo ricovero all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

Giancarlo ha sposato una donna cubana, per diversi anni ha vissuto con la famiglia, e con Giulio, a Cuba, per poi rientrare in Italia. Per stare vicino al figlio ha lasciato il lavoro. Ha avuto per circa un anno un rapporto di collaborazione part time con il gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle alla Regione Puglia. È giornalista ed apprezzato opinionista sui social media.

Riportiamo una lettera aperta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni sullo stato della sanità in Italia e sulla condizione delle famiglie come la sua.

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Gentilissima Signorina Meloni, signorina, sì. Perché “dottoressa”, visti i suoi titoli, sarebbe un eccesso di fantasia, “Onorevole”, francamente, ma è solo il mio parere, un abuso linguistico. E “signora”, considerata la sua condizione di nubile, rischierebbe persino di suonare troppo moderno, troppo emancipato, troppo poco nostalgico per chi passa più tempo a strizzare l’occhio al passato che a risolvere i problemi del presente.

Le scrivo per parlarle di una realtà che lei probabilmente non conosce. O peggio: conosce benissimo e ignora con assoluta serenità. Sono il padre di un figlio con gravissima non autosufficienza. Un bambino che ha bisogno di cure vere, riabilitazioni serie, percorsi intensi, continui. Non capricci. Non bonus farlocchi. Non slogan da comizio. Cure. Quelle cose concrete che servono a dare a una persona fragile un minimo di autonomia, un briciolo di futuro, una qualità della vita un po’ meno feroce.

E invece no. Lo Stato, quello che lei guida con patriottica fierezza da conferenza stampa, queste cure non le garantisce. E allora pago io. Anzi, per dirla con il lessico che piace tanto a voi: di tasca mia. Da quando governa lei, il Fondo per le non autosufficienze ha meno ossigeno, i trasferimenti alle Regioni si assottigliano, i servizi arretrano e le famiglie vengono lasciate sole a fare da bancomat, da infermieri, da autisti, da fisioterapisti, da santi e da martiri. Tutto gratis, naturalmente. O meglio: gratis per lo Stato. Per noi costa tutto. Costa soldi, tempo, salute, vita. Per mandare mio figlio a scuola, dentro una struttura che almeno gli garantisca presenza medica, OSS e qualche forma di riabilitazione, devo percorrere circa 130 chilometri al giorno. A questi aggiungo i chilometri per portarlo alle terapie che pago privatamente, gli ospedali fuori Regione, la vita quotidiana, le emergenze, il resto del mondo che continua ad esistere anche quando tu sei già allo stremo. Risultato: 60.000 chilometri in 11 mesi.

Sa quanto fanno, signorina? Fanno circa 700 euro al mese solo di gasolio. Poi c’è l’affitto. Le bollette. L’acqua. Il gas. La spazzatura. I viaggi della speranza. Le cure. Le spese impreviste. Insomma, faccio miracoli. Ma senza santini, senza benedizioni e soprattutto senza il sostegno dello Stato, che quando c’è da incassare e pontificare è sempre presentissimo, ma quando c’è da assistere i fragili diventa improvvisamente invisibile. Sono un caregiver a tempo pieno. Uno dei tantissimi. Uno di quelli che tengono in piedi, nel silenzio generale, pezzi interi di welfare che il vostro Stato ha deciso di scaricare sulle famiglie. Noi facciamo il lavoro sporco. Noi copriamo i buchi. Noi evitiamo che il sistema collassi del tutto. E in cambio riceviamo retorica, pacche sulle spalle e qualche miserabile elemosina, quando c’è (vero ministro Locatelli?) travestita da misura sociale.

Poi magari lei o i suoi ci raccontate che “c’è la guerra”, “i mercati”, “la situazione internazionale”. La solita liturgia dell’alibi permanente. Curioso, però: per le armi i soldi si trovano sempre. Per la propaganda pure. Per blindare il potere anche. Per ingrassare gli amici giusti, non manca mai nulla. Per i figli disabili, invece, improvvisamente il bilancio si fa austero, il rigore diventa sacro, la prudenza di bilancio una religione. E vogliamo parlare dell’energia? Del gasolio? Delle speculazioni? Di quel furto legalizzato per cui i prezzi salgono subito quando conviene a qualcuno e non scendono mai quando converrebbe ai cittadini? Lei guarda tutto questo con la stessa partecipazione emotiva con cui si guarda l’etichetta di una bottiglia d’acqua. Le grandi imprese fanno extraprofitti scandalosi e lei, invece di colpirle, di tassarle, di redarguirle, le accarezza. Le piace togliere ai poveri per ingrassare i ricchi. Altro che patriota: lei è custode diligente dei privilegi altrui, pagati con i sacrifici dei soliti noti.

E mentre noi contiamo i chilometri, i centesimi, le terapie che forse dovremo tagliare, lei discute di leggi elettorali, assetti di potere, propaganda permanente, nemici immaginari e teatrini utili solo a restare incollata alla poltrona. Mentre il Paese reale affonda, voi litigate sulla scenografia del ponte di comando. Allora la domanda è semplice, signorina Meloni: quando comincerà a governare per gli italiani e non per il suo consenso, i suoi amici e i suoi sponsor? Quando deciderà che un figlio disabile vale più di un talk show, più di un sondaggio, più di una foto in posa patriottica? Quando capirà che chi si prende cura dei più fragili non sta chiedendo favori, ma sta pretendendo un diritto? Perché vede, signorina, il punto è tutto qui.

Uno Stato che abbandona i disabili e massacra le famiglie che li assistono, che impoverisce chi è già povero, che arricchisce chi è già ricco, cara signorina, non è forte, non è serio, non è patriottico. È solo vile.

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