AFORISMI PER L’INSUCCESSO.

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AFORISMI PER L’INSUCCESSO.

Lavinia Marchetti

Quando mi ritrovo invischiata in riunioni inutili, in mezzo al cuore pulsante del “capitalismo”, in genere, dopo i primi 10 minuti, inizio a pensare come Adorno e a vedere il mondo con il suo filtro e mentre faccio finta di scrivere appunti, scrivo aforismi.

L’INFAMIA DELLA SCALA SOLITARIA
La meritocrazia è l’alibi supremo della plutocrazia, una maschera razionale posta sul volto grottesco di un’oligarchia che non accetta più di essere chiamata col suo nome. Il simbolo del nostro tempo non è più la croce, ma la scala: un dispositivo perverso progettato per essere scalato in solitudine, dove ogni gradino conquistato richiede di calpestare la mano di chi sta sotto. Raymond Williams l’aveva intuito: la scala “addolcisce il veleno della gerarchia” offrendo l’illusione di un’ascesa individuale che però distrugge alla radice ogni possibilità di solidarietà collettiva. Si sale da soli, si perisce insieme, ma con la soddisfazione narcisistica di aver “meritato” la propria asfissia in cima.

IL PARADOSSO DEL PERDENTE “GIUSTO”
Nella distopia di Michael Young, il vero orrore non è il successo dei pochi, ma la condanna morale dei molti. Se un tempo l’oppresso poteva maledire la sfortuna o l’ingiustizia divina, oggi il “fallito” è costretto a guardarsi allo specchio e ammettere che la sua miseria è il risultato esatto delle sue mancanze. La meritocrazia toglie al diseredato l’ultimo lusso: l’indignazione. È un sistema che non si limita a sfruttare il corpo, ma mutila l’anima, convincendo chi sta in basso che il gradino di polvere che occupa è l’unico che abbia davvero “meritato”.

L’ESTETICA DEL “SUCCESSO DISPERATO”
Si guardi alla figura della mumpreneur, questo mostro di efficienza che trasforma il tavolo della cucina in un ufficio mentre il tempo le scivola tra le dita. È l’incarnazione di quello che potremmo chiamare “successo disperato”: una strategia di sopravvivenza venduta come liberazione femminista . La meritocrazia neoliberale ci incita a diventare “imprenditori di noi stessi”, internalizzando lo sfruttamento fino a quando non c’è più distinzione tra la vita che viviamo e il marchio che dobbiamo vendere per non affogare.

IL NICHILISMO DELLA PRESTAZIONE
Viviamo sotto il giogo di un “estremismo meritocratico” che esige che ogni istante della nostra esistenza sia giustificato da un risultato. Nietzsche avrebbe riso di questa morale da schiavi travestita da volontà di potenza. Non è la forza che cerchiamo, ma il riconoscimento da parte di un sistema di valutazione che abbiamo noi stessi eretto a nostro patibolo. Se l’esistenza non ha scopo, la meritocrazia è il tentativo più patetico di dare un ordine gerarchico al vuoto, classificando le ombre in base alla loro capacità di brillare sotto una luce artificiale.

LA CORRUZIONE DELLA SPERANZA
C’è un veleno speciale in quella che Jo Littler chiama “la trazione culturale della speranza meritocratica”. È la speranza che ci tiene incatenati alla ruota, la convinzione che se solo lavorassimo un po’ più duramente, se solo fossimo un po’ più brillanti, potremmo evadere dalla nostra condizione. Ma la scala è truccata, i pioli mancano proprio dove la salita si fa più ripida. Questa speranza è l’esatto contrario di un motore, è un sedativo che impedisce di vedere che il problema non è la nostra incapacità di salire, ma la scala stessa.

IL “VIBE” DI CLASSE NEL COLLOQUIO
Si parla di “soft skills” e “personalità”, ma nel confessionale del colloquio di lavoro ciò che si cerca è l’eco del proprio privilegio. Bourdieu ci ha insegnato che il “merito” è spesso solo il nome che diamo a un habitus compatibile. Il candidato che muove le mani con la giusta noncuranza o che cita l’hobby “giusto” non è più bravo, è solo più simile a chi deve sceglierlo. La meritocrazia è l’arte di premiare chi ha avuto i genitori giusti per insegnargli a sembrare uno che non ha avuto bisogno di genitori. È un gioco di specchi dove l’élite riconosce se stessa e si autoproclama “eccellenza”.

LA PALESTRA COME CANTIERE DEL CAPITALE
Persino il corpo è diventato un curriculum vitae. Lo sforzo in palestra non è più dionisiaco, ma una forma di contabilità biologica. Un corpo tonico è il segnale visibile di una “volontà di ferro” che può essere venduta sul mercato. Se non riesci a scolpire i tuoi addominali, come potrai gestire un team? La tirannia del merito ha trasformato il grasso in un fallimento ontologico e il muscolo in un investimento azionario. È la riduzione dell’uomo a materiale da costruzione, costantemente monitorato da orologi intelligenti che contano i passi verso il nulla.

LA “MUMPRENEUR” E LA COLONIZZAZIONE DELL’AFFETTO
Si osservi la madre che trasforma il gioco del figlio in un contenuto per i social, sperando di monetizzare la propria maternità. È l’estremismo meritocratico che invade il santuario dell’inutile. Anche l’amore materno deve diventare “meritorio”, produttivo, visibile. Non sei solo una madre, troppo “semplice”, devi essere un’imprenditrice della tua cura. È l’abolizione del tempo gratuito. Se un momento non produce “valore” o “merito”, esso semplicemente non esiste.

LA “RESILIENZA” COME VIRTÙ DEL BASTONATO
La parola d’ordine del merito moderno è “resilienza”. Non è la forza di chi combatte, ma la capacità di chi incassa senza lamentarsi. Ti chiedono di essere resiliente davanti a ritmi disumani e stipendi da fame perché, se crolli, la colpa è della tua psiche, non del sistema. Il merito ha privatizzato la sofferenza, se sei stressato, devi fare meditazione, non scendere in piazza. È la morale degli schiavi elevata a psicologia positiva. Nietzsche avrebbe visto in questa “resilienza” il trionfo del risentimento mascherato da equilibrio interiore.

IL TEMPO LIBERO COME “MANUTENZIONE”
Persino le vacanze sono diventate un compito meritocratico. Bisogna andare nei posti giusti, fare le foto giuste, dimostrare che si sa “vivere bene”. Il tempo libero non è più otium, ma manutenzione del capitale umano. Si va in vacanza per “ricaricare le pile” in vista della prossima stagione di produzione. Chi sta sdraiato a guardare il soffitto senza produrre nulla, né ricordi, né post, né relax misurabile, è visto come un criminale. La meritocrazia ha ucciso la noia, che era l’unica porta rimasta aperta verso la verità del nulla.

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