Europa sotto assedio: senza gas russo e con i dazi USA, la UE rischia il collasso. Prime vittime all’orizzonte: Germania e Italia (Aurelio Tarquini)

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Europa sotto assedio: senza gas russo e con i dazi USA, la UE rischia il collasso. Prime vittime all’orizzonte: Germania e Italia (Aurelio Tarquini)

Da locomotiva industriale del mondo a malato d’Europa: l’Unione Europea, e in particolare i suoi due motori produttivi, Germania e Italia, si trovano oggi in una situazione economica drammatica, risultato diretto di scelte di politica estera ed energetiche giudicate da molti osservatori come “demenziali”.

La rottura dei rapporti con la Russia e l’asservimento agli Stati Uniti stanno strangolando il tessuto industriale del continente, spingendo l’economia verso una recessione che minaccia di trasformarsi in deindustrializzazione permanente.

La crisi del gas: l’Europa senza respiro

Nel 2022, l’Unione Europea ha deciso di tagliare quasi completamente le forniture di gas naturale dalla Russia, il suo principale fornitore per oltre trent’anni. Questo passo, preso istericamente in risposta all’invasione dell’Ucraina, è stato definito dalle istituzioni europee come necessario per punire Mosca. Tuttavia, a distanza di tre anni, si scopre che la UE si è autopunita.

Secondo un recente rapporto di Bloomberg, le riserve di gas europee, pur essendo state riempite in vista dell’inverno, si sono già ridotte al 50% a causa delle temperature rigide e della scarsa produzione di energia da fonti rinnovabili, come l’eolico.

Fonti che i vari adepti wokes avevano spacciate per la salvezza mentre per i loro limiti tecnologici sono e saranno solo dei sussidiari dell’energia fossile.Questo scenario ricorda pericolosamente la crisi energetica del 2022, quando i prezzi dell’energia raggiunsero livelli mai visti, mandando in tilt interi comparti industriali. Oggi, l’UE è costretta ad acquistare gas naturale liquefatto (GNL) sul mercato spot, dove i prezzi sono volatili e condizionati dagli umori dei commercianti. I fornitori, consapevoli della dipendenza europea, hanno già fatto lievitare i prezzi estivi a livelli record, i più alti degli ultimi due anni. Di conseguenza, il costo dell’energia per le famiglie e le imprese è tornato a salire in modo vertiginoso.

Germania: la locomotiva industriale si inceppa

La Germania, storicamente la potenza economica d’Europa, è la nazione che più di tutte sta pagando il prezzo dell’addio al gas russo. Le sue industrie chimiche, meccaniche e siderurgiche sono fortemente energivore e basavano la loro competitività su forniture di gas stabili e a basso costo. Con il nuovo scenario, molte aziende tedesche stanno affrontando costi energetici insostenibili.

BASF, gigante della chimica, ha già ridotto la produzione in diversi stabilimenti. I produttori di acciaio, come Thyssenkrupp, hanno annunciato tagli di personale e stop temporanei degli impianti. La recessione, già ufficialmente iniziata, sta riducendo i consumi e frenando le esportazioni. Non sorprende che la fiducia delle imprese tedesche sia ai minimi dal 2009, con l’indice Ifo che continua a segnalare un peggioramento.

L’Associazione dell’Industria Tedesca (BDI) ha lanciato l’allarme: “Senza energia a prezzi accessibili, la Germania perderà il suo ruolo di potenza industriale”. Questo significa delocalizzazioni verso Paesi con costi energetici inferiori, come Stati Uniti e Cina, e una perdita irreversibile di know-how e posti di lavoro.

Italia: il peso doppio di energia e acciaio

Se la Germania soffre per la mancanza di gas, l’Italia è schiacciata da una doppia tenaglia: energia cara e dazi americani. Il nostro Paese, fortemente dipendente dal gas per la produzione elettrica e per il riscaldamento industriale, è stato colpito in modo particolare dal balzo dei prezzi.Le aziende del Nord Italia, cuore pulsante della manifattura europea, stanno lottando per sopravvivere. Nei distretti di Brescia e Bergamo, noti per la produzione di acciaio e metallurgia, i costi energetici hanno ridotto i margini a livelli insostenibili. Alcuni impianti, come quelli di Tenaris e Arvedi, hanno annunciato fermate temporanee, mentre altri valutano la chiusura definitiva.

A peggiorare la situazione sono arrivati i nuovi dazi statunitensi sulle importazioni di acciaio. L’amministrazione Trump, già nel 2018, aveva imposto una tariffa del 25% sull’acciaio europeo. Oggi, quel provvedimento viene rafforzato, colpendo ulteriormente un settore già in crisi. Secondo EUROFER, l’associazione europea dell’acciaio, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti potrebbero calare di oltre il 30%, con perdite stimate in migliaia di posti di lavoro.Non solo: l’acciaio prodotto in Paesi emergenti, come Turchia e India, escluso dal mercato USA, rischia di riversarsi in Europa a prezzi stracciati. Le aziende italiane, già penalizzate dall’energia cara, non potranno competere con questa concorrenza sleale.

Deindustrializzazione: il fantasma che aleggia sull’Europa

Questi due fattori – crisi energetica e guerra commerciale – stanno spingendo l’Europa verso quello che molti economisti definiscono “rischio di deindustrializzazione”.

In Germania, nel 2024, sono stati tagliati 9 milioni di tonnellate di capacità produttiva nel settore siderurgico e oltre 18.000 lavoratori hanno perso il posto. In Italia, i distretti metallurgici e meccanici denunciano la stessa sofferenza.Il rischio, per entrambe le economie, è che la produzione industriale si sposti definitivamente altrove: negli Stati Uniti, dove l’energia costa meno grazie allo shale gas, o in Asia, dove la manodopera è più economica. Una volta persa questa capacità produttiva, tornare indietro sarà impossibile.

L’errore strategico dell’Europa

Dietro questa crisi c’è una responsabilità politica evidente. L’UE molto prima del conflitto ucraino ha rinunciato a una politica energetica autonoma. La Germania ha smantellato il nucleare, affidandosi al gas russo; l’Italia ha bloccato nuove trivellazioni e rigassificatori per anni. Con il taglio delle forniture russe, entrambe si sono trovate scoperte.Allo stesso tempo, Bruxelles non ha saputo difendere l’industria europea dalle politiche protezionistiche di Washington. Invece di negoziare da posizioni di forza, ha subito nell’ultimo decennio i dazi USA e ha risposto con sanzioni che si sono rivelate un boomerang per le aziende europee.

Quale futuro?

Se la situazione non cambierà, il futuro industriale dell’Europa sarà nero. La Germania rischia di diventare una potenza economica dimezzata, con la sua industria chimica e metalmeccanica in declino. L’Italia, già appesantita da un debito pubblico elevato, potrebbe vedere il suo tessuto produttivo frammentarsi, con la conseguente perdita di competitività a livello globale.

Per evitare il disastro, occorrerebbe un cambio di rotta radicale:bisogna riaprire il dialogo con la Russia per ripristinare almeno in parte le forniture di gas, al fine di calmierare i prezzi.Difendere l’industria europea con dazi di salvaguardia contro le importazioni a basso costo e una politica industriale comune.Diversificare le fonti energetiche, riaprendo il dibattito sul nucleare e accelerando le trivellazioni di gas nazionale.

L’Europa deve ritrovare il coraggio di difendere i propri interessi, senza farsi strumentalizzare da potenze esterne. Solo così Germania e Italia potranno tornare a essere protagoniste di una crescita economica sostenibile. Altrimenti, il rischio è di diventare periferia industriale di un mondo che corre sempre più veloce.

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