IL FINTO SPETTACOLO “PACIFISTA” DI SANREMO

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IL FINTO SPETTACOLO “PACIFISTA” DI SANREMO

Carlo Seclì

IL FINTO SPETTACOLO “PACIFISTA” DI SANREMO. La prima serata della 75esima edizione del Festival di Sanremo, appena conclusosi, ha portato in scena un’apparente esibizione pacifista di due cantanti, una israeliana e l’altra palestinese con cittadinanza israeliana, che hanno duettato sulle note di “Imagine” di John Lennon e a fine canzone hanno espresso l’augurio che il prossimo anno possano tornare a cantare, una volta trovato “un vero accordo di pace”.

In primis bisogna precisare che, come ricordato dall’attivista italo-palestinese Karem Rohana, l’artista israeliana Noa si finge pacifista perchè critica Netanyahu per le tasse, ma fino a poco tempo fa esprimeva soddisfazione per le “eroiche” operazioni compiute dall’IDF, di cui fa parte la figlia, a Gaza, come quella che ha prodotto il massacro al campo profughi di Nuseirat , in cui sono morte decine tra donne e bambini. Mira, l’artista arabo-israeliana, invece è stata attentamente selezionata per l’occasione, essendo una collaborazionista di Israele e avendolo rappresentato all’Eurovision Song Contest nel 2009; inoltre in una commedia teatrale in cui ha recitato interpretava un soldato dell’IDF. Questo siparietto, preceduto invece da un efficace video-discorso sulla pace letto da papa Francesco, ha suscitato numerose giuste critiche di associazioni e movimenti pacifisti e filo-palestinesi e anche l’indignazione dell’artista Ghali che, alla scorsa edizione del festival, gareggiò con la sua canzone “Casa mia” denunciante il genocidio a Gaza e che ebbe il coraggio di gridare all’ultima serata “stop al genocidio”. Come ricordato da Nabil Bey, frontman dei Radiodervish, se l’arte non racconta la verità allora diventa un ingranaggio ben oliato della propaganda e non assolve più alla sua funzione di elevare la coscienza umana, considerando che uno spettacolino del genere ha messo sullo stesso piano oppresso e oppressore senza fare (ovviamente) nessun cenno al regime di apartheid e colonialismo israeliano.

Questa ipocrita retorica pacificatrice, operazione tipica di “marketing emozionale”, ha l’obiettivo di narcotizzare le coscienze e di far credere che la violenza sia una questione astratta, non il risultato di un sistema di dominio coloniale. Ancora una volta il popolo palestinese è doppiamente vittima.

Israele intanto continua a violare la tregua a Gaza, con piu di 120 morti in questo mese e nuovi raid che hanno distrutto 64 edifici a Rafah, nonché l’operazione Muro di Ferro che prosegue in Cisgiordania. La seconda fase di accordo, che prevederebbe il graduale ritiro dei “soldati” dalla Striscia, è molto incerta dato che Hamas rallenta il rilascio degli ostaggi israeliani in risposta alle sistematiche violazioni della tregua da parte dell’IDF. Il governo di Netanyahu poi imprigiona sempre più persone in Cisgiordania, proprio per compensare le centinaia di detenuti palestinesi rilasciati, tra i quali purtroppo ancora non vi è il medico Hussam Abu Safiya, arrestato il 27 dicembre scorso dopo un raid sull’ultimo ospedale funzionante a Gaza, immortalato in un video diventato di dominio pubblico mentre si dirigeva, in mezzo alle macerie, verso un carro armato. Fortunatamente il figlio di questo eroico dottore ha recentemente comunicato che suo padre è riuscito ad avere un incontro con un avvocato, il quale ha riferito che il suo assistito è stato sottoposto a gravi torture e maltrattamenti nei primi giorni di prigionia, poi detenuto in isolamento per 24 giorni e infine trasferito nel carcere di Ofer. Le sue condizioni di salute ora sono stabili, ma necessita comunque di cure visto che soffre di problemi cardiaci e riceve solo un pasto al giorno. Tuttavia egli continua a esortare il mondo a battersi a gran voce affinchè lui e tutti gli altri medici detenuti dal regime sionista vengano rilasciati. Il dottor Hussam Abu Safiya è uno dei tanti prigionieri in base alla folle legge israeliana “dei combattenti illegali” (2002), che permette l’arresto di persone anche non appartenenti a organizzazioni armate, ma che intraprendono azioni di ogni genere contro Israele, trattenendole a tempo indeterminato, senza accuse formali a loro carico e senza processo. Fino a 45 giorni non è necessaria un’ordinanza formale di ingiunzione e fino a 90 giorni i detenuti non hanno diritto a un avvocato; inoltre lo Stato ebraico sposta l’onere della prova sull’internato, che ovviamente non potrà mai confutare le vaghe accuse.

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