Il 29 agosto in Islanda si è tenuto un importante referendum consultivo sulla ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione Europea.
Con una straordinaria partecipazione al voto (82,5% degli aventi diritto, circa 225mila elettori), i cittadini islandesi hanno respinto la proposta del governo di centro-sinistra con il 52,8% dei voti contrari, a fronte del 47,2% di favorevoli. Il quesito non riguardava l’ingresso immediato nell’UE, bensì il via libera alla riapertura formale delle trattative (avviate nel 2010 e interrotte nel 2013).Il “Sì” ha trionfato unicamente nella capitale Reykjavík, mentre i sobborghi e le restanti circoscrizioni rurali ed esterne hanno votato in massa per il “No”.
Le ragioni del “No”
Il paese vive molto di pesca, oltre che di turismo e tecnologie. La pesca e l’industria ittica rappresentano circa il 40% delle esportazioni nazionali. Il timore principale della popolazione extra-urbana riguardava la perdita del controllo sovrano sulle acque territoriali e sui mercati ittici a causa delle severe politiche comuni dell’UE sulla pesca. Anche le zone rurali, benché l’agricoltura non sia sviluppatissima (circa il 3.8% del Pil) hanno votato contro, per paura delle severe politiche comunitarie in materia agricola.
Il referendum era stato anticipato dal governo guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir per proteggere l’economia islandese da potenziali guerre commerciali e dazi bilaterali legati alla presidenza Trump negli Stati Uniti. Nonostante la sua posizione a favore del riavvicinamento a Bruxelles, la premier ha dichiarato concluso il capitolo, impegnandosi a rispettare la scelta democratica del popolo.L’Islanda continua comunque a far parte dello Spazio Economico Europeo (SEE) e dell’area Schengen, per chi scrive la cosa migliore, visto come vanno le cose in molti paesi europei dopo l’adesione alla UE.
Intanto, “forti” della delusione sull’esito del referendum, aleggiano voci, in ambienti comunitari, di possibili ingerenze straniere che avrebbero condizionato il risultato finale. Refrain che sentiamo ogni volta che le cose vanno male secondo i burocrati di Bruxelles. Sarà stato ancora una volta Putin?

