Alfredo Facchini
«Quello che mi ha addolorato è vedere gente che aveva talento, che aveva molte possibilità, e che è passata dall’altra parte senza vera necessità».
Eccola lì, la lama affilata di Stefano Benni, appena scomparso. Una frase che pesa come una sentenza, affidata a una conversazione con Goffredo Fofi, finissimo intellettuale, anche lui da poco passato ad altra vita.
Gli anni Settanta non furono un passatempo, furono una trincea. In quell’aria satura di possibilità, in quella polvere da sparo mescolata a poesia, c’era chi poteva scegliere. Non tutti erano costretti, non tutti schiacciati da miseria o ricatto. Alcuni – e qui Benni non fa sconti – avevano doti, visioni, talento. Eppure hanno cambiato casacca. Hanno lasciato il fronte caldo della critica e della creazione per accomodarsi nei salotti, nelle redazioni addomesticate, nei consigli d’amministrazione travestiti da “scelte di maturità”.Io li chiamo i convertiti. Gente che ha tradito in primo luogo se stessa. Un tradimento elegante, in giacca e cravatta, mascherato da “realismo”.
Quella frase di Benni illumina una faglia che ancora trema: la trasformazione del talento in merce, della libertà in carriera, della dissidenza in opportunismo. Una svolta che non fu solo personale ma generazionale. Da lì parte la lunga marcia dei conformismi.
La coerenza non è un santino morale. È una linea di fuoco che ti attraversa e ti obbliga a decidere da che parte stare. Negli anni Settanta e nei primi Ottanta – anticamera del riflusso – significava rinunciare a scorciatoie, esporsi alla marginalità. Chi restava fedele a un’idea, a un sogno, a una comunità, lo faceva pagando prezzi reali. Non era una posa: era un marchio che ti chiudeva porte.
E oggi? Quanto di quella resa ha contaminato anche noi? In un mondo che pretende metamorfosi continue, la coerenza rimane il più sovversivo degli atti. Infatti viene irrisa. La coerenza è il vero scandalo. L’ultima eresia.Ma la coerenza, da sola, rischia di diventare rigidità sterile. Perché possa continuare a fiorire deve coniugarsi con l’appartenenza, e prima ancora con le radici. Le radici sono ciò che ti ancora a una storia, a un linguaggio, a una memoria collettiva. Senza radici, la coerenza è solo ostinazione individuale.L’appartenenza è il passo successivo: riconoscere di essere parte di una comunità, di un noi che ti precede e ti supera. È dentro quell’appartenenza che la coerenza acquista senso, forza, necessità.
In un tempo che pretende flessibilità assoluta, “radici, appartenenza coerenza” diventano un’unica catena sovversiva: ciò che ti impedisce di dissolverti nel nulla.

