Alfredo Facchini
Quello che sta accadendo a Gaza e in queste ore anche in Libano, non nasce il 7 ottobre. Ha una storia, una teoria e perfino un nome.Dottrina Dahiya.Dahiya è il nome dei sobborghi meridionali di Beirut, considerati una roccaforte di Hezbollah e devastati dall’aviazione israeliana durante la guerra del 2006 in Libano. Da quelle macerie prese forma una dottrina militare precisa.
A formularla fu Gadi Eisenkot, allora capo del Comando Nord dell’IDF: «Esercitare un potere sproporzionato contro ogni villaggio da cui vengono sparati colpi su Israele, e causare danni e distruzioni immensi. Dal nostro punto di vista, queste sono basi militari».La parola decisiva è una: sproporzionato.
Il risultato della guerra del 2006 fu devastante: circa mille civili libanesi uccisi, centinaia di migliaia di sfollati, città e villaggi devastati. Ponti, porti, strade, centrali elettriche e infrastrutture civili colpiti o distrutti.Rashid Khalidi, storico palestinese-americano e professore alla Columbia University, ha descritto così quella logica: «Ciò che è accaduto a Dahiya, e reso operativo come dottrina Dahiya, è un completo disprezzo del diritto internazionale, viola due disposizioni chiave: proporzionalità e distinzione».Perché Dahiya non significa semplicemente sconfiggere militarmente un avversario. Significa cancellare la linea che separa il combattente dal civile, il fronte dalla casa, la postazione militare dall’infrastruttura necessaria alla sopravvivenza di una popolazione.Significa affermare, nei fatti, che dall’altra parte non esistono innocenti. Sono considerati non umani, pezzi di carne, con in mezzo due occhi. E per gli smemorati: Gaza conosce questa logica da ben prima del 7 ottobre. Dopo l’Operazione Piombo Fuso del 2008-2009, la missione d’inchiesta delle Nazioni Unite presieduta da Richard Goldstone scrisse parole pesantissime sulla strategia israeliana, descrivendola come diretta a: «punire, umiliare e terrorizzare una popolazione civile».
Il 7 ottobre non è l’anno zero della storia. Prima del 7 ottobre c’era già una storia. E dentro quella storia c’era già una dottrina della distruzione. La dottrina della morte.Ahron Bregman, ex ufficiale israeliano e docente al King’s College London, ha sintetizzato il principio della dottrina Dahiya così: «Al centro della dottrina israeliana Dahiya c’è l’idea di causare danni piuttosto che colpire con precisione bersagli».Ed è qui che la parola “danno” smette di essere un effetto collaterale e diventa una categoria strategica. Distruggere case. Distruggere strade. Distruggere ospedali e servizi. Distruggere reti idriche ed elettriche. Distruggere la possibilità stessa di vivere su un territorio.
Dahiya. Terrorismo di Stato. Genocidio.

