LA MIA ONU AVREBBE SALVATO L’UCRAINA

0comments 5.52 mins read
LA MIA ONU AVREBBE SALVATO L’UCRAINA

Pino Arlacchi

(Da Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2026)

C’è una domanda che vale la pena di porsi con franchezza, ora che l’Ucraina è ridotta a un campo di battaglia e l’Europa subisce le conseguenze di una guerra che non può né vincere né fermare: questa catastrofe era evitabile?

La risposta è sì. Ed è evitabile ancora oggi, se si vogliono avere il coraggio e l’onestà di riflettere sulle sue cause di fondo.Il punto di partenza più recente è il fallimento degli Accordi di Minsk. Firmati nel 2014 e nel 2015 sotto la supervisione nominale di Francia e Germania, questi accordi avrebbero dovuto costituire la cornice diplomatica di una soluzione del conflitto nel Donbass. Ma erano sin dall’inizio una pietanza avvelenata. Nel 2022, con una spudoratezza che ha dell’incredibile, Hollande e Merkel, i leader europei che li avevano garantiti, hanno dichiarato pubblicamente di aver usato Minsk solo per guadagnare tempo, per permettere all’Ucraina di riarmarsi e prepararsi alla guerra. Non un accordo di pace, dunque, ma una trappola degna dei tempi dei trattati segreti tra le potenze europee in corsa verso le guerre mondiali del Novecento.

In presenza di un’organizzazione delle Nazioni Unite riformata secondo la mia proposta – con un’Assemblea generale dotata di prerogative sovrane e di meccanismi efficaci di garanzia dell’esecuzione dei negoziati di pace – questa falsificazione sarebbe stata irrealizzabile. Un ente di sorveglianza indipendente, con mandato dell’intera comunità internazionale, avrebbe monitorato l’attuazione degli impegni di Minsk, documentato le violazioni, ammonito le parti e reso politicamente insostenibile il sabotaggio avvenuto indisturbato per sette anni alla luce del sole, con la complicità dei garanti. L’Onu che propongo avrebbe reso quel tradimento impossibile. Ma vi è di più. Nell’autunno e nell’inverno del 2021-2022, quando la crisi si andava avvitando verso il punto di non ritorno, un’Assemblea generale dotata di poteri effettivi sarebbe stata in grado di intervenire su entrambi i fronti del conflitto nascente. Non come osservatore impotente, ma come giudice-arbitro dotato di strumenti adeguati di intervento. Fino all’uso di una propria forza di interposizione armata.

Il primo atto sarebbe consistito nel riconoscimento formale di una realtà che il concerto occidentale si era ostinato a negare: la Russia aveva subìto, nel corso di trent’anni, un processo di accerchiamento strategico non dichiarato da parte della Nato.Non si trattava di paranoia imperiale né di eccessiva suscettibilità del Cremlino circa la propria zona di influenza. Si trattava di fatti documentati, incontestabili. Contravvenendo ad impegni presi subito dopo la caduta del Muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Nato aveva incorporato dal 1999 al 2020 quattordici nuovi membri, spingendo la propria linea di contatto fino ai confini della Federazione Russa. Basi missilistiche erano state installate in Romania e in Polonia, descritte come scudi difensivi ma rapidamente convertibili in piattaforme offensive. Il documento fondativo della Nato-Russia del 1997, che aveva promesso di non dispiegare forze militari permanenti nei nuovi paesi membri, era stato progressivamente svuotato di contenuto. E nel 2008, al vertice di Bucarest, era stata formulata la promessa – rivelatasi una scintilla – che un giorno anche l’Ucraina e la Georgia avrebbero fatto parte dell’Alleanza.Era una strategia deliberata, orchestrata da Washington e subìta passivamente da un’Europa che aveva abdicato alla propria autonomia strategica e aveva mascherato l’espansione Nato con una parallela, innocente, politica di allargamento verso Est dell’Unione europea.Un’aggressione silenziosa, al rallentatore: non con i carri armati, ma con i trattati, le basi, i memorandum, le mappe che si coloravano di blu verso est. La Russia aveva protestato per decenni – con Putin che aveva denunciato esplicitamente, fin dal discorso di Monaco del 2007, l’accerchiamento – e nessuno aveva risposto.Un’Assemblea generale sovrana avrebbe rotto quel silenzio. Avrebbe potuto adottare una risoluzione che riconoscesse la legittimità delle preoccupazioni della Federazione russa per la propria sicurezza. Avrebbe invitato le forze Nato a formulare una risposta coerente con il principio dell’indivisibilità della sicurezza nazionale di ogni Stato membro. Principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere costruita a spese della sicurezza di un altro. Quel principio era stato invocato dall’Occidente per decenni, ma solo quando aveva fatto comodo alle potenze euroatlantiche. Un’Assemblea generale rifondata lo avrebbe applicato senza eccezioni, anche quando l’imputato fosse stata la Nato.Ma il riconoscimento delle ragioni russe avrebbe costituito solo il primo lato dell’equazione. Il secondo sarebbe stato un monito rivolto a Mosca: le vostre preoccupazioni di sicurezza possono legittimare una risposta proporzionata, non un’invasione.

Il diritto internazionale consente mezzi di azione adeguati a questi casi. Un’operazione militare circoscritta alle regioni del Donbass, fondata sul diritto di autodifesa e sulla protezione delle popolazioni russofone soggette dal 2014 a bombardamenti ripetuti e documentati dall’Osce, si sarebbe collocata in una zona giuridicamente controversa ma non priva di solide giustificazioni. Un’invasione su larga scala del territorio ucraino, il rovesciamento del governo di Kiev, l’occupazione militare di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, no. Quella sarebbe stata, e fu, qualcosa di diverso: una guerra vera e propria, incompatibile con una lettura difensiva del diritto internazionale.Questa distinzione – espressa non da Washington né da Mosca, ma dalla voce autorevole e imparziale dell’Assemblea generale – avrebbe avuto un peso che nessuna dichiarazione unilaterale avrebbe potuto possedere. Avrebbe offerto a Putin una via d’uscita del tutto percorribile: le tue apprensioni sono riconosciute, i tuoi nemici sono stati convenientemente ammoniti, il mondo ti dà ragione sulla Nato, ma non ti dà carta bianca per la guerra totale. E avrebbe offerto all’Ucraina e ai suoi protettori occidentali un messaggio netto: l’espansione della Nato verso Est, l’uso di Minsk come inganno, il riarmo accelerato dell’Ucraina, il diniego sistematico delle ansie e delle proteste russe, vi hanno resi i responsabili ultimi di questa crisi.

Non è avvenuto nulla di tutto questo. Perché non poteva avvenire. Il Consiglio di Sicurezza è rimasto paralizzato: l’Occidente ha bloccato le risoluzioni dell’Assemblea che riconoscevano la fondatezza delle preoccupazioni della Russia. E così il mondo ha assistito impotente al progredire della crisi.La mia proposta di rifondazione dell’Onu non è utopistica. Nasce da chi ha visto dall’interno come funziona (e come non funziona) la massima espressione del sistema multilaterale. La mia Onu abolisce il diritto di veto che mette alcuni paesi al di sopra della legalità internazionale. Conferisce all’Assemblea generale il potere di riflettere la volontà della comunità internazionale nel suo insieme, mette fine agli effetti della spartizione del mondo avvenuta a Yalta nel 1945. Apre la porta di un mondo multipolare più equo e democratico.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere contenuti fantastici nella tua casella di posta, ogni mese.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Hey, ciao 👋
Piacere di conoscerti.

Iscriviti per ricevere contenuti fantastici nella tua casella di posta, ogni mese.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.