La strada per le privatizzazioni. Il Testo Unico della Finanza (Legge Draghi) e l’opa obbligatoria

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La strada per le privatizzazioni. Il Testo Unico della Finanza (Legge Draghi) e l’opa obbligatoria

Manuel M Buccarella

Ho letto con attenzione uno dei tanti brillanti articoli pubblicati sulla sua pagina Facebook da Alessandro Volpi, economista dell’Università di Pisa, sulle origini del Testo Unico della Finanza, la cosiddetta Legge Draghi del 1998, testo fondamentale del diritto dei mercati finanziari in Italia. Tale testo dà in qualche modo forza ulteriore al processo di privatizzazioni già in corso in Italia.

La legge Draghi interviene anche sulle banche, già fatte oggetto di un importante processo di privatizzazione nel 1990 con la legge Amato- Carli, che trasforma anche le banche di diritto pubblico in Spa e disciplina nascita e funzionamento delle fondazioni bancarie.

Ma ecco il testo del professore:

“Nel 1998 con il Decreto Legislativo n. 58, meglio noto come Testo Unico della Finanza (TUF) o “Legge Draghi” (dal nome di Mario Draghi, allora Direttore Generale del Tesoro e principale architetto della riforma), fu introdotto l’obbligo per chi superasse in una società il 30% della proprietà di lanciare un’OPA (Offerta pubblica d’acquisto) sull’intera società. Le motivazioni addotte furono molteplici e tutte riconducibili alla tutela degli azionisti di minoranza.

Ma in realtà l’effetto fu un altro.

Lo Stato italiano aveva avviato con grande lena l’opera di privatizzazione ed era sceso o stava per scendere al di sotto del 30% in quasi tutte le sue società partecipate. Con l’introduzione del vincolo del 30% introdotto da Draghi, in pratica, si rendeva la scelta della privatizzazione definitiva perché dopo essere scesi sotto il 30% non sarebbe stato più possibile, se non a costi folli, ricomprare le quote cedute.

Ciò ha significato che oggi, mentre le partecipate di Stato (Eni, Enel, Terna, italgas) distribuiscono 12/14 miliardi di euro di dividendi, lo Stato italiano ne incassa circa 3. Un po’ poco.

Per di più non ha più alcuna possibilità di fare politiche di programmazione in materia energetica, lasciata al 70% degli azionisti privati, in larga parte i grandi fondi Usa.

Ma l’esiguità delle entrate derivanti dai dividendi delle partecipate di Stato si lega alla questione più generale della scarsità delle cosiddette entrate extra tributarie, quelle cioè che non dipendono dalle tasse e dalle imposte.

Il totale nel 2025 è stato di circa 72 miliardi, con una composizione molto particolare.

La parte più consistente sono state le entrate del Pnrr per circa 40 miliardi: un dato, è bene ricordarlo, una tantum perché altrimenti la voce “rimborsi e poste correttive” è decisamente più bassa.

Ci sono poi ben 10 miliardi di euro che derivano dai proventi di Giochi e lotterie; in buona misura da ludopatie

Altri 5 miliardi derivano in larga parte dalle privatizzazioni – in particolare cessione di quote di Mps, Eni e altro – a cui si aggiungono i Diritti per il rilascio di documenti (passaporti, carte d’identità), canoni per le concessioni (frequenze TV, concessioni demaniali).

In merito alle concessioni demaniali è bene ricordare che l’entrate dalle concessioni balneari è di poco inferiore ai 100 milioni, pari a meno dell’1% del fatturato del settore, mentre le concessioni aeroportuali e portuali non arrivano a 300 milioni.

Poco più di 3 miliardi derivano dalle multe, voce nella quali confluiscono le entrate dei condoni.

Ora la domanda finale è semplice, e complottista.

Ma che politica è quella che consente un insieme di entrate per la collettività che si compongono di una sostanziale rinuncia alle entrate da monopoli naturali come quello dell’energia, di un’assenza di gettito sull’utilizzo dei beni comuni, di un cinico sfruttamento di una patologia come quella del gioco, di un continuo ricorso ai condoni e di una adozione di ulteriori privatizzazioni?

Secondo me, la risposta è una sola: si tratta di una politica che vuole demolire il senso di comunità sociale a tutto vantaggio di un insieme di privilegi che il neoliberalismo ha definito mercato”.

Approfondiamo l’aspetto politico. Chi c’era al governo nel 1998? Il centrosinistra, prima con il governo Prodi poi con quello di Massimo D’Alema. Che hanno sposato nella teoria come nella pratica le politiche delle privatizzazioni, in ossequio per altro ai principi fondamentali dell’Unione Europea. Mario Draghi è quello che ha spinto per l’adozione dell’euro, facendo “maghegghi” sui conti pubblici italiani, con ampio ricorso ai derivati su titoli di Stato. Lo statista e l’economista perfetto per ampie fasce del centrosinistra (PD in testa), che hanno sostenuto con entusiasmo il suo “governo tecnico” dopo il Conte II. Quello che ha affamato i greci, a capo della Troika nel 2015 nel momento della resa dei conti contro la Grecia ed il suo governo Tsipras.

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