Negli ultimi anni, le spese sostenute dagli Stati membri della NATO hanno raggiunto cifre astronomiche. Secondo i dati ufficiali estesi sul decennio 2014-2025 (espressi in dollari), la classifica dei principali investitori vede in testa gli Stati Uniti con 999 miliardi, seguiti da Regno Unito (90,5 miliardi), Francia (66,5 miliardi), Italia (48,4 miliardi) e Polonia (44,3 miliardi).Per l’Italia si parla di circa 42,28 miliardi di euro. Una spesa blindata, che qualsiasi governo – di qualunque colore politico – avrebbe comunque stanziato. Del resto, per la Presidenza della Repubblica e per l’attuale opposizione, l’alleanza politico-militare nata nel 1949 in funzione antisovietica resta intoccabile.Ma proviamo a fare un’ipotesi: se dividessimo questa cifra stanziando circa 10,5 miliardi di euro per ciascun settore chiave della spesa sociale, cosa avremmo potuto realizzare nello stesso decennio?Il piano alternativo: come investire 42 miliardi nelle spese socialiScuola ed Educazione: Ristrutturare 2.000 istituti scolastici per renderli moderni e sicuri; assumere 30.000 insegnanti a tempo indeterminato per 5 anni; fornire tablet gratuiti a oltre 1 milione di studenti meno abbienti.Sanità Pubblica: Costruire 30 ospedali civili ad altissima tecnologia e sostenibili; assumere 20.000 tra medici e infermieri per abbattere le liste d’attesa; acquistare 1.000 macchinari avanzati per risonanze magnetiche e TAC di ultima generazione.Trasporti e Mobilità: Finanziare 3 linee metropolitane principali nelle grandi città; acquistare 8.000 autobus elettrici urbani a zero emissioni; rinnovare 500 chilometri di rete ferroviaria per i pendolari.Sicurezza sul Lavoro: Assumere 5.000 ispettori del lavoro per triplicare i controlli nei cantieri; aggiornare i macchinari obsoleti di 50.000 piccole e medie imprese; finanziare corsi obbligatori di prevenzione infortuni per 3 milioni di operai.Il bilancio della guerra e il boom della spesa militareMentre i servizi essenziali venivano tagliati drasticamente, la NATO è stata impegnata in conflitti sanguinosi come quello in Afghanistan (missioni ISAF / RSM). Un’operazione costata la vita a 53 militari italiani tra il 2004 e il 2021, conclusasi con il ritorno al potere dei talebani.
Nonostante questo fallimento, l’Italia ha continuato ad aumentare il proprio budget per la difesa, toccando oltre 33,9 miliardi di euro nel 2026 (+1,1 miliardi rispetto all’anno precedente). Il rapporto spese/PIL si attesta intorno all’1,9%, ma secondo i parametri allargati della NATO la cifra reale ha già raggiunto i 45,3 miliardi di euro. Un trend in costante crescita programmato anche per i prossimi anni.
Tra tagli sociali e dettato costituzionale
Mentre i fondi per la difesa aumentano, i tagli alla spesa sociale – quantificati in decine di miliardi tra manovre statali e riduzione dei fondi di coesione europei – stanno penalizzando soprattutto i territori più fragili. I dati Istat confermano infatti una drammatica disparità territoriale: nei comuni del Mezzogiorno la spesa sociale pro capite è solo una frazione rispetto a quella del Nord.
Oggi si continua a tagliare il welfare per finanziare l’acquisto e il mantenimento di grandi sistemi d’arma (come i cacciabombardieri), finalizzati a raggiungere il target NATO del 2% del PIL (circa 45 miliardi annui). Ma chi dobbiamo bombardare? Assolutamente nessuno.È tempo di svegliarsi e chiedere alla classe politica di applicare seriamente la nostra Costituzione. L’Articolo 11 parla chiaro sul “ripudio della guerra”, così come l’Articolo 3 affida alla Repubblica il compito fondamentale di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà, l’uguaglianza e il pieno sviluppo della persona umana.
