Lavinia Marchetti
Il memorandum in quattordici punti firmato tra Washington e Teheran riapre lo Stretto e cancella le sanzioni, in cambio della rinuncia atomica (in teoria) l’Iran riceverà trecento miliardi per la ricostruzione. Ovviamente sia L’Iran che gli USA rivendicano la vittoria, ma l’America prepara le valigie. L’unico sconfitto è lo Stato che della guerra aveva bisogno: Israele. Il punto è: cosa si inventeranno per far saltare il banco?
Masoud Pezeshkian mostra alla telecamera il documento firmato, e il gesto sembra proprio una dichiarazione di vittoria. A Versailles, qualche ora prima, Donald Trump aveva apposto la propria firma sullo stesso memorandum, con Macron a fargli da sfondo e il vertice del G7 a fare da scenario mondano. Il negoziatore iraniano Ghalibaf parla di un «record del fallimento americano» e di un tavolo affrontato da una posizione di forza. Teheran festeggia. Torna a vendere il proprio greggio e aspetta che i fondi congelati si riaprano. Washington, che il 28 febbraio aveva promesso ai persiani l’ora della libertà e il rovesciamento dei loro governanti, ricordate le famose donne con il velo e la diaspora che chiedeva a gran voce le bombe sui propri connazionali? Beh, iggi dichiara per bocca del suo presidente di non aver mai tenuto al cambio di regime. La guerra cominciata quel giorno si chiude con l’America che arretra e l’Iran che resta in piedi.
Utilissimo leggere il memorandum per ciò che dice, ma è ancora più utile leggerlo per ciò che non dice. Quattordici punti, letti ai cronisti da un funzionario di Washington, ancora privi di un testo condiviso che Teheran confermi. La prima clausola dispone la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano, e promette di rispettarne sovranità e integrità. Israele, in quelle righe, non compare. Con quell’assenza svanisce il punto che più conterebbe, perché l’esercito che occupa un quinto del territorio libanese e lo bombarda quasi quotidianamente dall’inizio di marzo non ha messo la propria firma, e nulla nel testo gli impone di andarsene. Più avanti il documento consacra il mutuo rispetto delle sovranità e la non ingerenza negli affari interni, formula con cui l’America seppellisce in silenzio il sogno del cambio di regime proclamato a febbraio. Smonta poi il blocco navale entro trenta giorni, riapre lo Stretto e lascia che Teheran lo esibisca come un trofeo, perché Hormuz, parola di Ghalibaf, non tornerà alle condizioni di prima, e l’Iran incasserà una tariffa per i servizi alla navigazione, ovvero uno stretto geostrategico prima libero, adesso è completamente in mani iraniane.
Gli altri punti disegnano il prezzo del disimpegno. Almeno trecento miliardi per la ricostruzione, che gli americani battezzano fondo d’investimento per non pronunciare la parola riparazioni, dovrebbero arrivare dai partner del Golfo, restii a finanziare il rivale che hanno a lungo temuto. Le sanzioni cadranno tutte, secondo un calendario che l’intesa rinvia al patto definitivo. In cambio l’Iran rinuncia all’arma atomica e accetta di diluire l’uranio arricchito sotto lo sguardo dell’agenzia di Vienna, con sessanta giorni di tempo per fissare il resto, insomma stesso accordo precedente. Resta fuori dal testo il suo arsenale missilistico, mai toccato, insieme alla rete dei suoi alleati, mai nominata. Israele rientra solo come assenza, e l’assenza dice tutto.
Il bilancio dei vincitori è rapido. L’Iran rientra nel consesso delle nazioni con l’arsenale intatto e la rendita dello Stretto, e con lui incassano Pechino e Mosca, che ritrovano il proprio fornitore di energia restituito alla legittimità. Washington esce dal pantano che si era scavato, e il suo presidente converte la ritirata in trionfo televisivo, come prevedibile da tempo. Il Golfo applaude la tregua e teme il seguito, perché un fondo che rimette in piedi Teheran somiglia, agli occhi di Riad e di Abu Dhabi, a un premio all’aggressione, mentre le loro inquietudini sui missili e sulle milizie restano lettera morta. Beirut spera e diffida, il problema è che la sovranità che il testo le promette dipende dalla mano di chi quel testo non l’ha firmato: Israele. Non so se tutti lo hanno capito: il problema maggiore per gli equilibri mondiali è Israele.
Israele è stato tenuto fuori dal negoziato fino all’annuncio, e Netanyahu, almeno questo dicono i media, ne ha appreso i dettagli dai giornali. «Israele è più debole», scrivono i suoi stessi commentatori, e l’intero spettro politico, dalla destra messianica all’opposizione laica, vive l’intesa come un disastro e come un referendum anticipato sul premier. Trump lo deride in pubblico e lo scavalca, lasciandolo con la sua frase di circostanza, la lotta non è finita. In quella frase si nasconde la verità del momento. Per il governo israeliano la fine della guerra con l’Iran apre un problema più grande della guerra stessa.
Israele, nella forma che il governo in carica gli ha impresso, trae la propria coesione dalla guerra che non finisce. L’occupazione dei territori, dichiarata illegittima dalla Corte dell’Aja nel luglio 2024, dura ininterrotta da mezzo secolo, e sui palestinesi grava il regime che Amnesty International e B’Tselem qualificano come apartheid. In Cisgiordania la colonizzazione procede mentre gli occhi del mondo restano fissi sulla Persia. Un assetto del genere ha bisogno di un nemico esterno che ne giustifichi lo stato d’eccezione permanente. Teheran era il nemico perfetto, lontano e terribile, e per questo prezioso. La sua neutralizzazione per via diplomatica sottrae a Netanyahu il combustibile della coalizione, la minaccia che rinviava la resa dei conti con i tribunali, i suoi e quelli del suo Stato.
Esiste un risvolto psichico che la storia delle nazioni conosce bene. Un collettivo che si pensa perennemente assediato ricava dalla minaccia la propria compattezza, e teme la pace come una dissoluzione. Sottrarre l’antagonista significa esporre il corpo politico alle divisioni che l’emergenza teneva sospese. Per questo la pace, che altrove sarebbe un sollievo, per il gabinetto di Tel Aviv prende i tratti di una minaccia esistenziale. L’intesa di Hormuz lo consegna a ciò che ha sempre rinviato, l’obbligo di pensarsi come Stato normale, in un mondo che non gli concede più il nemico salvifico.
Che cosa farà un governo a cui è stato tolto il nemico utile? La prima risposta sta nel Libano, l’unico fronte che il memorandum lascia scoperto. Israele non ha firmato e non intende ritirarsi, e il ministro Katz ha già annunciato che l’esercito resterà a tempo indefinito nelle zone di sicurezza occupate, il Libano in testa. Seguitare a colpire Beirut serve a tenere viva la fiamma e a saggiare se Washington avrà la volontà di far rispettare la tregua che ha firmato. La seconda risposta è la tentazione del gesto irreparabile, un’azione che provochi Teheran e dimostri al mondo che con l’Iran la pace è un’illusione. L’Iran, però, ha oggi tutto l’interesse a incassare i colpi pur di portare a casa la revoca delle sanzioni e i fondi, e una provocazione israeliana rischia di cadere nel vuoto, isolando ancora di più chi la compie.
La terza risposta è la più probabile, e la più cupa. Privato del nemico lontano, lo Stato della guerra permanente si rivolge al nemico vicino. La logica dell’emergenza migra dai cieli della Persia ai colli della Cisgiordania, dove l’annessione striscia da anni e attende soltanto il pretesto. Il popolo palestinese, che dell’intero edificio è il fondamento rimosso, torna a essere il fronte su cui scaricare la tensione che l’Iran non assorbe più. All’interno, intanto, la resa dei conti si avvicina, perché le elezioni incalzano e il processo del premier riprende il suo corso non appena lo scudo della guerra si abbassa.
La guerra con l’Iran si chiude in questi giorni, tra Versailles e la Svizzera, sotto le firme e i lampi dei fotografi. La guerra che Israele non sa chiudere è un’altra, quella con il popolo che tiene sotto il proprio dominio e con il futuro pacificato che lo costringerebbe a diventare un altro Stato. Un accordo che riapre Hormuz e rimette in moto le merci del mondo ha tolto a Tel Aviv l’avversario che la teneva insieme. Resta da vedere quanto a lungo un potere costruito sull’emergenza saprà sopravvivere alla pace, e quante macerie vorrà produrre prima di ammettere che il nemico, ormai, abita dentro le sue mura, dentro quell’80% di popolazione che festeggia per un genocidio.

