“NESSUN LUOGO È SICURO”: FAMIGLIE IN FUGA DA GAZA CITY Notizie dal genocidio fino al 24 agosto 2025

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“NESSUN LUOGO È SICURO”: FAMIGLIE IN FUGA DA GAZA CITY Notizie dal genocidio fino al 24 agosto 2025

Lavinia Marchetti

Da giorni le periferie di Gaza City sono martoriate dai raid israeliani. Testimoni hanno udito esplosioni continue nei quartieri di Zeitoun e Shejaia, mentre carri armati sparavano su case e strade di Sabra e Jabalia.

Circa la metà dei 2 milioni di abitanti della Striscia vive a Gaza City, e molte famiglie hanno iniziato a fuggire, trasportando i pochi beni rimasti. «Ho smesso di contare quante volte ho dovuto prendere mia moglie e le mie tre figlie e lasciare la mia casa a Gaza City», ha raccontato via chat Mohammad, 40 anni, riferendosi alla sua continua fuga dal fronte. «Non c’è nessun posto sicuro, ma non posso correre il rischio. Se inizieranno l’invasione, useranno fuoco pesante». Altri residenti, invece, dichiarano di voler lasciare le proprie case: «Non ce ne andremo, che ci bombardino a casa». «Abbiamo fame, paura e non abbiamo soldi» (Testimonianze prese da Reuters, Al Jazeera e The Guardian)

Nelle stesse ore i reparti corazzati sono entrati dai varchi orientali verso i sobborghi di Sabra, con bulldozer a tagliare nuove piste e fuoco d’artiglieria a copertura. Si combatte casa per casa lungo l’asse di Salah al‑Din e nelle traverse di Zeitoun e Shejaia; esplosioni intermittenti, droni a bassa quota, finestre che saltano in sequenza.

I comandi sanitari locali stimano oltre cinquanta morti nelle prime ore dell’operazione, tra cui bambini, e decine di feriti. Le sirene rimbalzano tra vicoli e rovine; le ambulanze si fermano davanti a strade craterizzate e blocchi improvvisati, i reparti medici raggiungono a piedi i quartieri più interni con barelle e zaini di emergenza.

Ai valichi per gli aiuti si moltiplicano gli ostacoli pratici: un carico di latte in polvere viene respinto per una regola inaspettata sul tipo di camion (“aperto, non chiuso”); nella settimana precedente 45 autorizzazioni concesse su 79 richieste; strade devastate, convogli assaltati da affamati durante il tragitto. Cresce anche il tributo di chi porta soccorso: stime diverse indicano centinaia di operatori umanitari uccisi dall’inizio del conflitto.

L’OFFENSIVA ISRAELIANA: I MINISTRI PROMETTONO DI ANDARE AVANTI

Nel frattempo Gerusalemme conferma l’avvio di una vasta operazione militare su Gaza City, definita “l’ultimo bastione di Hamas”. Il piano, approvato in Parlamento a inizio mese, prevede il dispiegamento di truppe per prendere il controllo della città, sebbene l’inizio dell’offensiva sia previsto fra qualche settimana, per dare spazio ai mediatori internazionali di riaprire i colloqui di tregua.

Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato domenica di voler «proseguire l’offensiva» sulla città dove è stata dichiarata la carestia. Katz ha avvertito che Gaza City sarà “rasa al suolo” se Hamas non accetterà le condizioni israeliane per porre fine alla guerra. Ancor più esplicito è stato in un messaggio su X (ex‑Twitter): «I cancelli dell’inferno si apriranno presto sulle teste degli assassini e degli stupratori di Hamas a Gaza – finché non accetteranno le condizioni di Israele per porre fine alla guerra», scrive Katz, roboante, delirante…

Anche il premier Benjamin Netanyahu ha confermato di seguire una linea dura. Rivolto ai soldati al confine, Netanyahu ha annunciato: «Ho dato istruzioni di iniziare immediatamente negoziati per il rilascio di tutti i nostri ostaggi e la fine della guerra alle condizioni accettabili per Israele». In altre parole, come ha ribadito giovedì, l’obiettivo è al contempo «sconfiggere Hamas e liberare tutti i nostri ostaggi»: «These two things – defeating Hamas and releasing all our hostages – go hand in hand».

Si aggiunge un tassello emerso da ricostruzioni televisive e diplomatiche: un ex portavoce del Dipartimento di Stato USA ha descritto fasi negoziali in cui il premier israeliano avrebbe inserito condizioni aggiuntive quando l’altra parte accettava le precedenti; viene citato il corridoio di Filadelfia tra i punti introdotti nella risposta tardiva di Tel Aviv, con trattative poi andate in stallo. Questo resoconto inserisce l’offensiva su Gaza City dentro una strategia che alterna pressione militare e rinvii al tavolo.

In contrasto con queste dichiarazioni militari, alcuni alleati di governo estremisti ritengono il piano troppo blando: il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha ammesso di ritenere l’operazione insufficiente (votando contro il piano) e ha promesso di lavorare per «cancellare lo Stato palestinese» tramite nuove politiche da annessione.

CARESTIA E PRESSIONI INTERNAZIONALI

Sul fronte umanitario, l’ONU ha definito la situazione a Gaza «catastrofica». Il segretario generale Antonio Guterres ha parlato di una carestia «provocata dall’uomo, un atto immorale, un fallimento della nostra umanità», chiedendo un immediato cessate il fuoco e l’apertura senza ostacoli dei corridoi umanitari. Tom Fletcher, capo degli aiuti umanitari ONU, ammonisce che «questa carestia si poteva prevenire se solo ce ne fosse stata consentita l’azione», accusando Israele di ostacolare sistematicamente gli aiuti. Anche l’Alto Commissario per i diritti umani, Volker Türk, ha avvertito che le morti per fame potrebbero configurare un crimine di guerra.

Nel frattempo a Gaza City gli ospedali registrano la realtà che la parola “carestia” significa: al‑Shifa riferisce 800 pazienti trattati per malnutrizione, con 13 in pericolo immediato; nascite sotto peso segnalate in quota significativa; famiglie costrette a ricorrere a pasti liquidi preparati in casa per sondini, con rischio di infezioni; in 24 ore si contano otto morti per fame e decine uccisi dal fuoco, fra cui civili in tende a Khan Younis.

Le cliniche mostrano un aumento a scatti: ricoveri per malnutrizione moderata moltiplicati, casi gravi in forte crescita; équipe sanitarie descrivono un afflusso continuo di bambini in stato acuto. Nei resoconti, l’avanzata dell’indigenza si lega ai blocchi logistici, con magazzini di aiuti in Paesi vicini e flussi intermittenti oltre il confine.

Emergono inoltre elementi sulla gestione degli aiuti come strumento di pressione: ingresso del minimo indispensabile, costruzione di una struttura ad hoc per la logistica con costi ricorrenti a carico dell’autorità occupante; si parla di miliardi l’anno tra rifornimenti, sanità, infrastrutture. La politica dei numeri si intreccia a quella dei valichi.

Israele respinge queste accuse. Netanyahu ha bollato il rapporto ONU sulla carestia come una «bugia palese», assicurando che lo Stato ebraico «non ha alcuna politica di fame» e che anzi ha fatto entrare in Gaza oltre due milioni di tonnellate di aiuti alimentari dall’inizio del conflitto. Il portavoce del ministero della Difesa Katz, rispondendo al monitor IPC, ha detto che il rapporto ignora i dati israeliani sugli aiuti e serve solo alla propaganda di Hamas.

PROTESTE E STRATEGIA POLITICA

Le intenzioni del governo israeliano suscitano proteste anche all’interno del paese. A Gerusalemme centinaia di manifestanti hanno chiesto la liberazione degli ostaggi e la fine della guerra, bruciando simbolicamente una tavola di Shabbat. A livello diplomatico, l’offensiva programmata e la situazione umanitaria hanno attirato dure critiche: il governo britannico ha definito «orribile» il rapporto ONU sulla fame e ha chiesto a Israele di consentire subito i rifornimenti. Organizzazioni come Croce Rossa e ONG internazionali sottolineano che senza tregua e aiuti immediati «i decessi evitabili aumenteranno esponenzialmente».

Dentro Israele si muove anche la politica istituzionale: Benny Gantz propone un governo a tempo per la liberazione degli ostaggi e per la riforma della leva, includendo l’attuale premier e parte dell’opposizione, con mandato limitato e durata breve. La proposta arriva mentre i reparti avanzano nei sobborghi di Gaza City.

Si segnalano restrizioni ai medici stranieri diretti nella Striscia, con casi di blocco al confine citati da fonti di sicurezza interna; in parallelo cresce il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra, con conteggi indipendenti che parlano di centinaia di vittime.

Sui social circola una campagna di disinformazione che usa video di bar e colazioni per negare la fame a Gaza; un circuito coordinato rilancia clip vere ma decontestualizzate, per intaccare la credibilità di chi attesta la carestia. Il contrasto tra immagini e dati sanitari diventa parte stessa del conflitto.

https://laviniamarchetti.altervista.org/

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